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Dedicato alla mia migliore amica |
Luciano Lombardi
Aprile 1992
Dopo quattro giorni
dall'arrivo della primavera, sei sbocciata tu: ed ora, con lei, nello splendore
dei fiori, torni per sempre nel luogo dei ricordi.
Di questi tempi, qualche anno fa, assaporavamo l'ebbrezza delle prime gite scolastiche,
quando il giorno e la notte si confondevano e noi credevamo di essere già grandi.
Era il periodo del liceo.
Quanto inchiostro
ci vorrebbe per narrare un solo momento vissuto con te: dal primo giorno di
scuola, quando ti scambiai per un ragazzo, all'istante in cui ho lasciato per
sempre la tua mano fredda nel letto dell'ospedale. Quante persone hanno perso
la testa per te e quante, come me, hanno dovuto faticare per conquistarti.
Ai tempi del ginnasio ci divideva una sciocca barriera di equivoci che io cercavo
di abbattere con "continue ed irragionevoli frecciatine" come diceva
una tua cartolina. E anche tu replicavi con uno "scusa se esisto".
A complicare le cose ci pensò l'estate con due materie da "riparare".
Com'era brutto il mese di agosto trascorso nel deserto romano aspettando il
nuovo anno scolastico. Dovevi vedere la mia faccia quando tu tornasti dalle
vacanze estive raggiante ed abbronzata, e venendo verso di me a braccia aperte,
abbracciasti le altre compagne di classe.
Pochi mesi dopo arrivò la gita in Grecia. Quanto ho sognato fino alla vigilia,
quanta emozione scaturita da un'infinita attesa.
Ed il primo giorno, credevo fosse l'ultimo: durante il viaggio in pullman, immerso
tra tanti compagni, mi smarrivo in una gelida solitudine che speravo tu potessi
lenire. Ti vedevo scherzare e ridere, ma non con me che stavo con gli occhi
appoggiati al vetro. Tu hai sempre evitato la pigrizia: ecco perché spesso non
ti accorgevi di me e solo adesso lo capisco. Mentre io lasciavo scorrere il
tempo, tu lo anticipavi.
Giunse la sera: attendevamo l'imbarco scrutando di lontano la nave ancorata
che, come un presepio luminoso, galleggiava sotto una coltre arancione tendente
all'azzurro via via che lo sguardo si perdeva all'orizzonte.
Devo essermi svegliato dal torpore quando ci siamo trovati, soli, tu ed io,
a sfidare la brezza marina sul ponte della nave, guidata dalla luna e dai nostri
mille interrogativi. Mi sembrava davvero di trasumanare mentre lasciavamo dietro
di noi, insieme con la scia bianca, anche il ricordo di quei momenti già passati.
Qualche ora più tardi, mi chiedesti di accompagnarti a mangiare qualcosa alla
mensa di bordo: che coraggio abbiamo avuto nel consumare quel piatto di purè
che sapeva di medicina; ma ti assicuro che ne avrei mangiato ancora molto pur
di restare a discorrere con te. Infatti stavo scoprendo che quel tuo caratterino
particolare celava nell'intimo una forte personalità ed un'inestimabile ricchezza
d'animo che ha avuto modo di manifestarsi in un lungo pianto a dirotto quando,
ad Atene, per un'ennesima serie di equivoci, ci trovammo schierati, ragazzi
contro ragazze, colpiti da un'eccessiva dose di gelosia...
Avevo sbagliato un'altra volta: e quella sera, oltre che per causa mia, piangesti
anche per me, palesandomi l'affetto nella maniera più sincera ed inequivocabile.
Dopo la dovuta riconciliazione, in una passeggiata notturna tu rivolgevi l'attenzione
a chi ti parlava delle stelle e delle meraviglie del cielo; e quando anche io
avrei voluto inserirmi nella conversazione, notai che la mia presenza era tanto
inavvertita quanto inopportuna. Tant'è che appena decisi di ritirarmi nella
stanza dell'albergo, nessuno mi notò. Avrei voluto dissolvermi, allontanarmi
o diventare una di quelle stelle che si riflettevano nei tuoi occhi. Mi mettesti
alla prova un'altra volta ed io fuggii nella mia nirvanica solitudine. Fu allora
che scoprii ciò che tu definivi la "voluptas dolendi", quella piacevole
sensazione di mestizia che si prova nel baratro del pessimismo.
Mi distesi sul letto, le mani incrociate dietro la testa. Guardavo il soffitto,
ascoltavo quell'assordante silenzio interrotto di tanto in tanto dai passi di
qualcuno che saliva le scale. Trattenevo il respiro quando mi pareva che fossero
diretti alla mia porta. Mi domandavo come mai durante una gita scolastica, si
potesse provare tanta tristezza e, fra tanti amici, tanta solitudine.
Più del Partenone ricordo il viaggio di ritorno, quando ad un tratto, sul pullman,
ti sedesti al mio fianco. Dormivano quasi tutti: tu mi offristi metà del tuo
panino con la mortadella vecchio di una settimana.
Calò anche l'ultima sera. Sull'autostrada, guardavamo nel buio le ombre degli
alberi e i lumi di casette solitarie che fuggivano alle nostre spalle. Attendevamo
l'uscita per Cassino dove ti aspettava tuo padre con la macchina per portarti
a Itri.
E così rimasi solo, col sedile vuoto, le briciole e la tua immagine riflessa
nel finestrino. Senza chiedere permesso, al tuo posto si accomodò la tristezza.
Quando varcammo
la soglia del liceo, la stima reciproca alimentava con ardore la nostra affinità
tenuta segretamente in embrione. D'altra parte, in quel periodo, alcuni compagni
di classe ti avevano un po' esclusa relegandoti in quella tua misteriosa presenza
assente. Al penultimo banco, silenziosa come non mai, eri attenta solo alle
cose scolastiche: tuttavia con me ti mostravi disponibile e la mia compagnia
non ti dispiaceva. Anzi, mi sembrava di essere per te motivo di sollievo e rifugio
per le tue apprensioni...
Il primo liceo con la sua opaca gita in Francia, passò quasi inosservato, senza
infamia né lode.
L'anno successivo fu segnato dalla dolorosa e prematura scomparsa della nostra compagna Carmen.
Arrivò anche la
gita in Austria, e solo adesso scopro una coincidenza che mi fa rabbrividire:
partimmo il 17 aprile e tornammo il 23, le stesse date del tuo ultimo e tragico
viaggio senza ritorno.
Fu allora che ti invaghisti per sempre della mia amicizia quando ti stupii con
un'insolita e sfrenata voglia di divertirmi. Tra musei, brodini e "Palle
di Mozart" mi confidavi la tua nuova avventura sentimentale chiedendomi
consigli: e mi meravigliò il fatto che tu ne avessi bisogno...
E passeggiammo per le notturne strade di Vienna, comprammo numerose bottiglie
di birra per scattare fotografie divertenti e in albergo, tu trovasti anche
il coraggio di nasconderti nell'armadio. Che paura mi facesti prendere quando,
aprendo lo stesso armadio, ti trovai pallida e un po' stordita.
Un'altra sera, ci trovammo a cenare in un locale molto particolare e caratteristico.
Io, per diverse circostanze, mi sentii escluso un po' da tutti e inevitabilmente
caddi nel precipizio della malinconia.
Dopo cena uscimmo per fare due passi. Ero l'unico a camminare da solo, senza
parole e con i brividi. Non osai sperare che qualcuno si ricordasse di me: tutti
erano impegnati a ridere e scherzare, e poi, fra tante voci, un respiro silenzioso
non si nota facilmente. Muovevo i miei passi per inerzia e per non restare indietro;
mi rassegnai a concludere così la serata.
Ad un tratto, assorto nei miei pensieri, mi trovai a braccetto con qualcuno
e raggiunsi presto l'apice della felicità quando mi accorsi che eri tu. Fosti
l'unica che si preoccupò di me e della mia solitudine, e per tutto il tempo
camminammo insieme parlando come due amici che non si vedono da tanti anni.
E ti raccontai del ginnasio, delle "frecciatine" e dei nostri equivoci,
della gita in Grecia e delle sue stelle. Ti confidai ogni mio segreto...
Appena raggiungemmo Salisburgo, mi sembrò di essere in un luogo irreale, fiabesco...
Nel pomeriggio, durante la visita alla rocca della città, mi colpì la nostalgia
per qualcosa di indefinito, non vissuto, ma già passato.
Quando attraversammo una piazza dove era stata allestita un'enorme scacchiera,
mi ricordai delle partite che noi due iniziavamo senza mai condurre allo "scacco
matto".
Nemmeno la funicolare riuscì a sollevarmi un po'; cosicché, dopo una foto di
gruppo, avventurandomi da solo, presi la strada del ritorno verso l'albergo.
Sentii bussare alla porta: avevo dormito e gli altri erano già tornati.
La sera, dopo una splendida passeggiata, si decise di andare in birreria. Tu,
prendendomi sotto braccio e affidandoti a me, mi raccomandasti di sorvegliarti
e di starti sempre vicino anche per scongiurare un'eventuale sbornia; aggiungesti,
poi, che io ero l'unico di cui ti potessi veramente fidare...
Non esistono parole per descrivere ciò che provai in quei momenti: e non saprei
dire se si trattasse di una sensazione o di un sentimento.
E come previsto, all'uscita dal locale eri vistosamente brilla e ti sorreggevi
a me per guidare i tuoi passi. Non capivo fino a che punto fingessi o se veramente
la birra avesse fatto effetto.
L'ultima sera, prima del viaggio di ritorno, contemplavamo il tramonto sul lago
di Garda, con i suoi riflessi irreali e qualche nuvola per rendere ancor più
pittoresche le fotografie che sto sfogliando in quest'istante.
In breve tempo
passò un altro anno che, oltre ai mondiali di calcio, portò gli esami di maturità.
Eravamo giunti alla resa dei conti, e noi ci preparavamo all'evento traducendo
insieme brani di Platone e Tucidide. Così, grazie al tuo prezioso aiuto, anche
il greco divenne meno ostico.
Proprio in quei giorni, una tua zia ti regalò un pianoforte che volesti subito
farmi provare. E con immenso piacere da parte mia, mi chiedesti di diventare
il tuo "maestro di musica", cosa inedita per me, dal momento che da
te ho sempre avuto solo da imparare. Fu così che, unendo l'utile al dilettevole,
il sabato pomeriggio, armati di libri di greco e spartiti, trascorrevamo ore
piacevoli ed indimenticabili.
Presto giunse anche l'estate; con te avevo un debito: dovevo venire a trovarti
ad Itri. E' stata un'esperienza meravigliosa, ma purtroppo, irripetibile.
Il treno si fermò alla stazione di Formia e tu eri già lì, abbronzata ed ancora
assonnata. Iniziammo subito a ridere quando notammo il pullman di linea che
suonava ripetutamente il clacson dietro la tua "cinquecento" parcheggiata
proibitivamente in mezzo alla strada.
Quella mattina mi portasti alla spiaggia di Fontania, a Gaeta, dove trovammo
i tuoi genitori che mi accolsero, come al solito, molto affettuosamente.
Prima di pranzo, ci fu il tempo per una visita alla "montagna spaccata"
e al Santuario di S. Filippo Neri. Nel pomeriggio riconquistammo il mare e tutti
gli angoli reconditi che tu mi raccontavi aver scoperto da ragazzina.
Capivo, in quei momenti, cosa volessero dire per te il mare, l'estate e le vacanze
a Itri. E quando mi presentasti i tuoi amici, mi resi conto che il tuo divertimento
non era egoistico, ma finalizzato a quello della comitiva. Sdraiati sotto il
sole, rimembravamo i tempi del liceo, mentre tua madre ti rimproverava quando
si accorgeva che ti stuzzicavi le bollicine con le unghie.
Avevamo tante cose da dirci e tanti segreti da svelare: come quello che nascondeva
il motivo per cui io non presi parte alla gita scolastica a Monaco. Eri l'unica
a saperlo e ne condividesti appieno le motivazioni...
Mentre assistevamo ad una partita di beach-volley, il sole volgeva lentamente
al suo riposo vespertino; guardando l'orologio, sospirai: era tardi e dovevo
riprendere il treno per Roma. Pensa quale rimorso avrei ora se non avessi accettato
il tuo invito a restare ancora per qualche giorno.
Cosa arrivò la sera. Tornammo a casa, e dopo la doccia sentivo ancora il calore
del sole preso durante la giornata. Tu, davanti allo specchio, passavi il tempo
a criticare la tua bellezza; tuo padre, seduto sulla poltrona, guardava il telegiornale
commentando con me qualche notizia; tua madre preparava la cena effondendo nella
casa un piacevole aroma di pomodoro fresco...
Ogni cosa era fatta con passione e scoprivo, dietro quella serena gioia di vivere,
il sincero affetto che vi teneva legati.
Dopo aver mangiato ce ne andammo in giro per Itri. Al rientro, come se la giornata
fosse stata breve, ci intrattenemmo a chiacchierare fino a notte inoltrata.
Ci sedemmo in cucina, l'uno di fronte all'altra. Era tutto silenzioso intorno
a noi, ed anche quella fioca luce che spezzava il buio sembrava stanca.
Preparammo qualcosa da bere, ed ogni nostro movimento era seguito da una pausa
per assicurarci di non aver svegliato i tuoi genitori. Ma come spesso accade
in questi casi, nonostante l'eccessiva meticolosità, ogni tanto qualche rumore
secco riecheggiava nella stanza e noi, con non poca fatica, dovevamo trattenere
le risa. Quando trovammo pace, quasi sussurrando, iniziammo a conversare dimenticando
gli orologi e la stanchezza.
Il mattino seguente,
dopo un'abbondante colazione, tornammo al mare di Sperlonga, alla "casetta"
come la chiamavi tu. Lì conobbi la tua intolleranza per la pigrizia di quelli
che non assecondavano le tue iniziative...
Dopo cena, col fuoristrada ce ne andammo a Baia Domizia ad ascoltare un cantante
sconosciuto che pretendeva di far ridere con le sue battute ambigue. Io, dopo
essermi fatto trascinare dalle risate degli altri, non sentendo la tua, mi voltai
verso di te e notai un muso lungo che mise a tacere il mio divertimento: compresi
che lo spettacolo non era di tuo gradimento ed avevi ragione.
A serata conclusa, sulla strada per Itri, appoggiasti la testa sulla mia spalla.
Mentre ascoltavo il tuo respiro guardavo fuori attraverso il finestrino e mi
sembrava di ripercorrere il viaggio di ritorno dalla Grecia... Quante cose erano
cambiate nel frattempo.
II terzo ed ultimo giorno, appena svegli, prolungammo la colazione prima di
raggiungere il mare. Calò anche l'ultima sera.
Vivemmo così intensamente quei tre giorni che sembrarono una settimana. Sarei
rimasto volentieri ancora per molto, ma non volli approfittare dell'ospitalità
e dell'affetto che trovai presso te ed i tuoi genitori. E nonostante la promessa
di ripetere quell'esperienza, fu duro per me doverti salutare. Cosa avrei fatto
a Roma? Con chi avrei parlato fino a tarda notte ?
A Itri tornai
dopo circa un mese per una giornata, poi a Capodanno ed in seguito per la festa
del 1° maggio. Quest'anno mi sarebbe piaciuto... e sicuramente anche a te. E
poiché in quest'ultimo periodo ti avevo un po' trascurata, avrei voluto recuperare
le occasioni perdute: ed ho imparato che il tempo che si perde è veramente perso.
Mi ricordai di te quando mi impelagai in disavventure sentimentali e le tue
parole di conforto alleviarono notevolmente il mio pessimismo esistenziale.
Dopo alcuni giorni mi venisti a trovare di sorpresa a casa ed eri imbronciata
per il "ventisette" in geografia appena conseguito: non ti andava
giù quella "longitudine nord" di un esaminando che ottenne il tuo
stesso voto.
Per raddolcire la situazione, ti proposi di mangiare un po', di cioccolata:
mi rispondesti con l'espressione di chi, di fronte ad una tentazione proibita,
sta per cedere. Ti feci ascoltare, poi, una musica che composi ispirandomi alla
danza e che mi faceva pensare a te: ti piacque molto.
Ce ne uscimmo con la macchina continuando a sentire le mie nuove musiche che
già accompagnavi di tanto in tanto con la voce.
Prima di salutarci, ci ripromettemmo di uscire più spesso insieme. Ma solo per
colpa mia non fu così; maledetto lo studio, maledetta la musica, maledetti gli
amici: possibile che non riuscissi a trovare un pomeriggio da dedicare a te?
C'erano forse cose più importanti di te?
Un giorno mi telefonasti per organizzare una pizza con i professori. Restammo
a lungo a chiacchierare di Università, esami, vacanze e del mio problema del
servizio civile che avrei dovuto prestare in un futuro non molto lontano.
Un'altra sera, quando mi telefonasti alla vigilia di un tuo spettacolo a Latina,
notai un'ombra di malinconia e malumore nella voce: ti conoscevo molto bene.
Avevi voglia di parlare con me, stavi un po' giù, ma io, come al solito, in
quel momento ero impegnato in altre cose e la breve telefonata terminò con l'appuntamento
al giorno dopo, per una passeggiata ricreativa.
Era sabato. Tua madre mi offrì un gustoso tè condito con la dolcezza e l'amore
di sempre. Tu, porgendomi dei biscotti da te preparati, mi dicevi di aver un
po' di mal di gola ed io capii che non saremmo usciti.
Mi trattenni poco anche perché eri impegnata con i preparativi per lo spettacolo
di Latina.
Salutai per sempre tuo padre. Dei tuoi problemi avremmo parlato in un'altra
circostanza...
Ben presto giunse
la tua festa di compleanno. Un altro sabato.
Avevo previsto di arrivare più tardi degli altri a causa di alcuni impegni.
Poco prima di uscire di casa squillò il telefono: qualcuno credeva che non arrivassi
più.
Non apristi tu la porta, come invece accadeva nelle altre occasioni: ti vidi
solo quando avevo già salutato tutti gli altri, e nel farti gli auguri notai
in te una vaga ombrosità nei miei confronti. Ma presto sparisti dal mio sguardo
perché eri indaffarata a fare gli onori di casa. Tra noi due nemmeno una parola
in più oltre il saluto: ero perplesso, credevo fossi cambiata.
Dopo un po' mi appartai sul balcone. Il tuo comportamento nascondeva certamente
qualcosa e mi sentivo parte in causa.
Intanto ti divertivi a ballare davanti alla videocamera e nei tuoi occhi albeggiava
la più serena felicità. Eri bellissima. Riflettevo sulla tua vita, sulla tua
incapacità ad annoiarti...
E temevo anche di non potermi più considerare come "il tuo paziente maestro
di musica, il tuo amico sincero, l'unico che riesce sempre a donarti un'oasi
di tranquillità per farti dimenticare le tue piccole grandi preoccupazioni..."
Dopo la torta ti aiutai a rassettare il salone anche per scrutare un tuo eventuale
messaggio "arpocratiano"...
In un momento di stasi si chiarì l'equivoco: tu pensavi che fossi venuto solo
a seguito della telefonata. Mi bastò ricordarti che te l'avevo promesso; e poi,
per te... come avrei potuto ?
E mi assolvesti con un lungo, commovente abbraccio che il destino designò come
l'ultimo. Perché mai ho riaperto le braccia permettendoti di partire per sempre?
Dovevamo parlare ancora, del tuo periodo negativo e del mio viaggio a Milano.
Avevo tante novità. Certamente adesso saprai tutto, ma io no. Chissà, avrei
potuto aiutarti.
Ora tu non hai più bisogno di me: io sì, di te.
Fino all'ultimo
istante ho sperato ed ho creduto nella tua forza; non mi sono mai arreso nemmeno
alla fredda realtà della scienza. E quando in ospedale, tenendoti la mano, ti
parlavo, credevo veramente che tu mi ascoltassi.
Non mi sono mai sentito più inutile e vuoto quando, al termine delle visite,
in processione silenziosa si attraversava il corridoio e si usciva dall'ospedale,
lasciandoti lì, sola, mentre fuori il mondo continuava a respirare sotto il
sole.
Mi chiedevo: si inizia forse a vivere quando si muore, o questa vita terrena
è una morte?
Può un essere umano, condividere o almeno, accettare una così cruda ed imperscrutabile
sentenza ?
Quale valore può assumere una frase del tipo "la vita continua", se nella mia concezione di vita è insita la presenza tangibile di Francesca?