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Storia
di una capinera
Giovanni Verga |
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Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci
guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia,
e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano
sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che
avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare
il rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure
i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo
dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili.
La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non
voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare
tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle.
Dopo due giorni chinò la testa sotto l'ala e l'indomani fu trovata stecchita
nella sua prigione.
Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché
in quel corpicino c'era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio,
e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero
uccelletto, mi narrò la storia di un'infelice di cui le mura del chiostro
avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l'amore avevano torturato
lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni,
storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza
osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che
infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera
che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava,
che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto
l'ala ed era morta.
Ecco perché l'ho intitolata: Storia di una capinera.
Monte Ilice, 3 Settembre 1854
Mia cara Marianna.
Avevo promesso di scriverti ed ecco come tengo la mia promessa! In venti giorni
che son qui, a correr pei campi, sola! tutta sola! intendi? dallo spuntar del
sole insino a sera, a sedermi sull'erba sotto questi immensi castagni, ad ascoltare
il canto degli uccelletti che sono allegri, saltellano come me e ringraziano
il buon Dio, non ho trovato un minuto, un piccolo minuto, per dirti che ti voglio
bene cento volte dippiù adesso che son lontana da te e che non ti ho
più accanto ad ogni ora del giorno come laggiù, al convento. Quanto
sarei felice se tu fossi qui, con me, a raccogliere fiorellini, ad inseguire
le farfalle, a fantasticare all'ombra di questi alberi, allorché il sole
è più cocente, a passeggiare abbracciate in queste belle sere,
al lume di luna, senz'altro rumore che il ronzìo degli insetti, che mi
sembra melodioso perché mi dice che sono in campagna, in piena aria libera,
e il canto di quell'uccello malinconico di cui non so il nome, ma che mi fa
venire agli occhi lagrime dolcissime quando la sera sto ad ascoltarlo dalla
mia finestra. Com'è bella la campagna, Marianna mia! Se tu fossi qui,
con me! Se tu potessi vedere codesti monti, al chiaro di luna o al sorger del
sole, e le grandi ombre dei boschi, e l'azzurro del cielo, e il verde delle
vigne che si nascondono nelle valli e circondano le casette, e quel mare ceruleo,
immenso, che luccica laggiù, lontan lontano, e tutti quei villaggi che
si arrampicano sul pendìo dei monti, che sono grandi e sembrano piccini
accanto alla maestà del nostro Mongibello! Se vedessi com'è bello
da vicino il nostro Etna! Dal belvedere del convento si vedeva come un gran
monte isolato, colla cima sempre coperta di neve; adesso io conto le vette di
tutti i codesti monticelli che gli fanno corona, scorgo le sue valli profonde,
le sue pendici boschive, la sua vetta superba su cui la neve, diramandosi pei
burroni, disegna immensi solchi bruni.
Tutto qui è bello, l'aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le
valli, il mare! Allorché ringrazio il Signore di tutte queste belle cose,
io lo faccio con una parola, con una lagrima, con uno sguardo, sola in mezzo
ai campi inginocchiata sul musco dei boschi o seduta sull'erba. Ma mi pare che
il buon Dio debba esserne più contento perché lo ringrazio con
tutta l'anima, e il mio pensiero non è imprigionato sotto le oscure volte
del coro, ma si stende per le ombre maestose di questi boschi, e per tutta l'immensità
di questo cielo e di quest'orizzonte. Ci chiamano le elette perché siamo
destinate a divenire spose del Signore: ma il buon Dio non ha forse fatto per
tutti queste belle cose? E perché soltanto le sue spose dovrebbero esserne
prive?
Come son felice, mio Dio! Ti rammenti di Rosalia la quale voleva provarci che
il mondo fosse più bello al di fuori del nostro convento? Non sapevamo
persuadercene, ti ricordi? e le davamo la berta! se non fossi uscita dal convento
non avrei mai creduto che Rosalia potesse aver ragione. Il nostro mondo era
ben ristretto: l'altarino, quei poveri fiori che intristivano nei vasi privi
d'aria. il belvedere dal quale vedevasi un mucchio di tetti, e poi da lontano,
come in una lanterna magica, la campagna, il mare e tutte le belle cose create
da Dio, il nostro piccolo giardino, che par fatto a posta per lasciar scorgere
i muri claustrali al disopra degli alberi, e che si percorre tutto in cento
passi, ove ci si permetteva di passeggiare per un'ora sotto la sorveglianza
della Direttrice, ma senza poter correre e trastullarci... ecco tutto!
E poi, vedi... io non so facevamo bene a non pensare un poco di più alla
nostra famiglia! Io sono la più disgraziata di tutte le educande, è
vero, perché ho perduto la mamma!... Ma ora sento che amo il mio babbo
assai più della Madre Direttrice, delle mie consorelle e del mio confessore;
sento che io l'amo con più confidenza, con maggior tenerezza il mio caro
babbo, sebbene possa dire di non conoscerlo intimamente che da venti giorni.
Tu sai che io fui chiusa in convento quando non toccavo ancora i sette anni,
allorché la mia povera mamma mi lasciò sola!... Mi dissero che
mi davano un'altra famiglia, delle altre madri che mi avrebbero voluto bene...
È vero, sì... ma l'amore che ho per mio padre mi fa comprendere
che ben diverso sarebbe stato l'affetto della povera madre mia.
Tu non puoi immaginarti quello che io provo dentro di me allorché il
mio caro babbo mi dà il buon giorno e mi abbraccia! Nessuno ci abbracciava
mai laggiù, tu lo sai, Marianna!... la regola lo proibisce... Eppure
non mi pare che ci sia male a sentirsi così amate...
La mia matrigna è un'eccellente donna, perché non si occupa che
di Giuditta e di Gigi, e mi lascia correre per le vigne a mio bell'agio. Mio
Dio! se mi proibisse di saltellare pei campi come lo proibisce ai suoi figli
sotto pretesto di evitare il pericolo di una caduta o di un colpo di sole...
sarei molto infelice, non è vero? Ma probabilmente è più
buona e più indulgente verso di me, perché sa che non potrò
godermi tutti questi divertimenti per molto tempo, e che poi tornerò
ad esser chiusa fra quattro mura...
Intanto non pensiamo a quelle brutte cose. Adesso sono allegra, felice, e mi
stupisco come tutta gente abbia paura e maledica il coléra... Benedetto
coléra che mi fa star qui, in campagna! Se durasse tutto l'anno!
No, io ho torto! Perdonami, Marianna. Chi sa quanta povera gente piange mentre
io rido e mi diverto!... Mio Dio! bisogna che io sia ben disgraziata se non
devo esser felice che allorquando tutti gli altri soffrono! Non mi dire che
son cattiva; vorrei esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più,
e godere coteste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l'aria, la luce,
la libertà!
Vedi come la mia lettera si è fatta triste senza che io me ne avvedessi!
Non ci badare, Marianna. Salta a pie' pari questo periodo sul tiro una bella
croce, così... Ora in compenso ti farò vedere la nostra graziosa
casetta.
Tu non sei mai stata a Monte Ilice, poverina! Che idea fu mai quella dei tuoi
genitori d'andarti a seppellire in Mascalucia? Un villaggio!... delle case addossate
ad altre case. delle vie, delle chiese!... Ne abbiamo visto anche troppe. Bisognava
venire qui in campagna, fra i monti, ove per andare all'abitazione più
vicina bisogna correre per le vigne, saltar fossati, scavalcar muricciuoli,
ove non si ode né rumor di carrozze, né suon di campane, né
voci di estranei, di gente indifferente. Questa è campagna! Noi abitiamo
una bella casetta posta sul pendio della collina, fra le vigne, al limite del
castagneto. Una casetta piccina piccina, sai; ma così ariosa, allegra,
ridente. Da tutte le porte, da tutte le finestre si vede la campagna, i monti,
gli alberi, il cielo, e non già muri, quei tristi muri anneriti! Sul
davanti c'è una piccola spianata e un gruppo di castagni che coprono
il tetto con un ombrello di rami e di foglie, fra le quali gli uccelletti cinguettano
tutto il santo giorno senza stancarsi mai. Io occupo un amore di cameretta,
capace appena del mio letto, un una bella finestra che dà sul castagneto.
Giuditta, mia sorella, dorme in una bella camera grande, accanto alla mia, ma
io non darei il mio scatolino, come la chiama celiando il babbo, per la sua
bella camera; e poi ella ha bisogno di molto spazio per tutte le sue vesti e
i suoi cappellini, mentre io, allorché ho piegato la mia tonaca su di
una seggiola ai piedi del letto, ho fatto tutto. Ma la sera, quando dalla finestra
ascolto lo stormire di tutte quelle fronde, e fra quelle ombre, che assumono
forme fantastiche, veggo un raggio di luna agitarsi fra i rami come uno spettro
bianco, e ascolto quell'usignolo che gorgheggia lontano lontano, mi si popola
la mente di tante fantasie, di tanti sogni, di tante dolcezze, che se non avessi
paura, aspetterei volentieri il giorno alla finestra.
Dall'altra parte della spianata c'è una bella capannuccia col tetto di
paglia e di giunchi, ove abita la famigliuola del castaldo. Se vedessi la bella
capanna, com'è piccina ma pulita! come tutto vi è in ordine e
ben tenuto! La culla del bimbo, il pagliericcio, il deschetto! Per quella capannuccia
sì che darei il mio stanzino. Mi pare che cotesta famigliuola, riunita
in due passi di terreno, debba amarsi dippiù ed essere maggiormente felice;
mi pare che tutte quelle affezioni, circoscritte fra quelle strette pareti,
debbano essere più intime, più complete; il cuore commosso e quasi
sbalordito dal cotidiano spettacolo di codesto orizzonte ch'è grande,
debba trovare un gaudio, un conforto nel ripiegarsi in sé stesso, nel
rinchiudersi fra le sue affezioni, nel circoscriversi in un piccolo spazio,
fra i pochi oggetti che formano la parte più intima di sé stesso,
e che debba sentirsi più completo, trovandosi più vicino ad essi.
Che ti scrivo, che ti scrivo mai, Marianna?... Tu riderai di me, e di darai
del Sant'Agostino in gonnella. Perdonami, mia cara, ho il cuore così
pieno che senza accorgermene cedo al bisogno di comunicarti tutte le nuove emozioni
che provo. Nei primi giorni che uscii dal convento e venni qui, ero sbalordita,
astratta, trasognata, come trasportata in un mondo nuovo; tutto mi turbava,
tutto mi confondeva. Immaginati un cieco nato che per miracolo riacquisti la
vista! Ora mi sono assuefatta a tutte coteste nuove impressioni. Ora mi pare
di trovarmi il cuore più leggero, l'anima più pura. Parlo con
me stessa, mi rispondo, faccio l'esame di coscienza; non quell'esame timido,
pauroso, pieno di pentimenti e di rimorsi, quale lo facevamo al convento; ma
un esame di contentezze, di felicità, benedicendo il Signore che me le
concede, sentendomi sollevare sino a Lui da una lagrima, o col solo fissare
gli occhi nella luna e nel firmamento stellato.
Mio Dio! se queste gioie fossero un peccato! se il Signore si sdegnasse di vedermi
preferire al convento, al silenzio, alla solitudine, al raccoglimento, la campagna,
l'aria libera, la famiglia!... Se fosse qui quel buon vecchio del nostro professore,
scioglierebbe il mio dubbio, dissiperebbe il mio turbamento, mi consiglierebbe,
mi conforterebbe forse... Allorché mi assalgono questi scrupoli, allorché
son tormentata da codeste incertezze, io prego il Signore che m'illumini, che
mi consigli, che mi aiuti. Pregalo anche tu per me, Marianna.
Intanto io lo lodo, lo ringrazio, lo benedico, lo prego di farmi morir qui,
o di darmi la forza, la vocazione, la rassegnazione, se dovrò profferire
i voti solenni e rinunziare per sempre a tutte queste benedizioni, per chiudermi
in convento e dedicarmi a Lui, a Lui solo, intieramente. Non sarò degna
di tanta grazia; sarò una peccatrice... ma allorché, sul far della
notte, veggo la moglie de castaldo, che recita il rosario col suo figliuoletto
più grandicello fra le ginocchia, seduta accanto al fuoco che cuoce la
minestra di suo marito, dimenando col piede la culla in cui dorme il suo bimbo,
mi pare che la preghiera di quella donna, calma, serena, piena di riconoscenza
per la felicità prodigatale dal buon Dio, debba salire a Lui assai più
pura della mia, che è piena di turbamenti, di ansie, di desiderî
che non convengono al mio stato e dai quali non posso difendermi intieramente.
Vedi la lunga lettera che ti ho scritto! Non mi tenere più il broncio
adunque, e rispondimi con una letterona più lunga della mia. Parlami
di te, dei tuoi genitori, dei tuoi divertimenti e dei tuoi piccoli dispiaceri,
come facevamo tutti i giorni, laggiù al convento, nelle ore di ricreazione,
tenendoci abbracciate. Vedi, mi pare che io abbia chiacchierato a lungo con
te, stringendoti le mani, come allora, e che tu mi abbia ascoltato col tuo solito
risolino allegro e maliziosetto sulle labbra. Parlami dunque, parla a quattro
bei fogli di carta (bada! che non mi contenterò di meno), essi mi racconteranno
tutto quello che tu avrai detto loro per me. Ciarlami un po' di tutto e a lungo.
Dimmi quello che vedi, quello che pensi, che te ne fai del tuo tempo, se ti
annoi, se ti diverti, se sei contenta, felice come me, se pensi alla tua Maria;
dimmi il colore della tua veste, perché già so che hai una veste,
tu, come una signorina! Dimmi se hai dei bei fiori nel tuo giardino, se a Mascalucia
ci son castagneti come qui, se hai assistito alla vendemmia. Parla dunque, ti
ascolto. Non mi fare aspettar tanto a bocca aperta.
Addio, addio, Marianna mia, sorella mia; ti mando cento baci col patto di averli
ricambiati.
La tua Maria
19 Settembre
Marianna mia.
Qui non arrivano che cattive notizie, non si vedono che volti spaventati. Il
coléra infierisce a Catania. È un terrore, una desolazione generale.
Del resto non fossero questi timori, se non fossero queste angosce, qual vita
più beata di quella che si mena qui? Il babbo va a caccia, o mi accompagna
nelle lunghe passeggiate, quando potrei aver paura di smarrirmi nel bosco. Il
mio fratellino, Gigi, corre, grida, fa chiasso, si arrampica sugli alberi, e
vi lascia appeso tutti i giorni qualche brandello del suo vestito, e la mamma...
(Marianna, se sapessi come mi vien difficile dare questo dolce nome alla mia
matrigna! Mi pare di fare un torto alla memoria della mia povera madre... Ma
pure bisogna chiamarla così!) e la mamma a sgridarlo, a dargli dei confetti,
dei baci e degli scappellotti, a rammentargli gli abiti, a ripulirlo venti volte
al giorno. Ella non fa che agucchiare e accarezzare i suoi figli, beati loro!...
e spesso mentre dà un'occhiata alla cucina o alla domestica che prepara
il desinare, mi rimprovera che io non son buona a nulla, nemmeno a far la cucina...
Pur troppo è vero! ella ha ragione. Non faccio altro che correre pei
campi, raccogliere i fiorellini, e ascoltare il canto degli uccelletti... alla
mia età! Ho quasi venti anni!... capisci! Ne arrossisco io stessa; ma
il mio caro babbo non ha cuore di sgridarmi; egli non sa far altro che accarezzarmi
e dire: "Povera piccina! lasciatele godere questi giorni di libertà!".
Ogni volta che penso alla mia povera mamma che dorme laggiù nel Camposanto
di Catania, mi vengono le lagrime agli occhi. Ma qui ci penso più spesso,
perché mi pare di essere straniera nella casa di mio padre. Nessuno ci
ha colpa. Non sono abituati a vedermi, ad avermi fra i piedi: ecco tutto.
La mia matrigna poi, se mi rimprovera che io non son buona a nulla, ne ha le
sue buone ragioni; gli è pel mio bene, e il torto è sempre mio.
Mia sorella non è molto espansiva, perché non è pazzerella
come me; ma mi vuol bene e non si lagna del disagio che io le arreco occupando
quel piccol camerino ov'è rincantucciato il mio lettuccio e che altre
volte le serviva da guardaroba, mentre adesso tutte le sue scatole e le sue
vesti ingombrano la sua camera. Gigi è sempre quel caro fanciullo allegro
e chiassone che tu conosci; mi salta al collo venti volte al giorno, e mi consola
con un bacio allorché la mamma mi sgrida per ragione dei suoi vestiti
laceri. Ma che colpa ci ho io se al convento non mi hanno insegnato a rattoppare
i vestiti? Veramente toccherebbe a me. Giuditta è una signorina, e per
altro ella è troppo occupata tutto il giorno fra i suoi abiti e le sue
acconciature, ed ha ragione di occuparsene tanto, perché le belle vesti,
i bei nastri, le stanno così bene che sembrano fatti apposta per lei...
E poi ella è ricca della dote di sua madre; il mio babbo, come sai, non
è che un modestissimo impiegato. A che dovrebbe pensare ella dunque alla
sua età? L'altro ieri, mentre si provava una veste nuova, le domandai
il permesso di abbracciarla, tanto era bella! Ella non volle permetterlo, ed
a ragione, per non sgualcire la stoffa. Quanto sono sciocca, Marianna! Come
se si fosse trattato della mia meschina tonaca di saja che non corre mai il
rischio di gualcirsi!
Ah! ma la famiglia è una benedizione del cielo! La sera, quando il babbo
chiude le porte, io provo un sentimento ineffabile di contentezza, come se si
restringessero i legami che mi uniscono ai miei cari nell'intimità della
vita domestica. Invece qual penoso sentimento di tristezza non provavamo tutte
noi, povere recluse, te ne rammenti? allorché s'udiva risuonare il mazzo
delle chiavi del portinaio, e stridere i chiavistelli! Allora il mio pensiero
correva ai poveri carcerati e il mio cuore si stringeva; me ne son confessata
cento volte, ne ho fatto cento penitenze, e giammai ho potuto difendermi da
coteste idee. La mattina, prima di aprire gli occhi, allorché mi risveglia
il cinguettìo degli uccelletti che si disputano le miche di pane che
io lascio apposta per loro sul davanzale della finestra, il mio primo pensiero
si è la contentezza di trovarmi in mezzo alla mia famiglia, accanto al
mio babbo, al mio fratellino, a Giuditta, che mi abbracceranno e mi daranno
i buon giorno; che io non avrò uffizî da recitare, né meditazioni
da fare, né silenzî da serbare; che io aprirò la mia finestra,
appena salterò giù dal letto, onde fare entrare quell'aria imbalsamata,
quel raggio di sole, quello stormire di fronde, quel canto di uccelli; che io
uscirò sola, quando vorrò, a correre e saltellare ove meglio mi
piacerà, che non incontrerò volti austeri, né tonache nere,
né corridoi oscuri... Marianna! ti confesso all'orecchio un gran peccataccio!...
Se mi facessero una bella vestina color caffè!.. senza crinolina, veh!
Oh! questo poi no!... Ma una vestina che non fosse nera, con la quale potessi
correre e scavalcare i muricciuoli, che non rammentasse ad ogni momento, come
questa brutta tonaca, che laggiù a Catania, quando sarà finito
il coléra, mi attende il convento!...
Non ci pensiamo. Sono una scapata, sono una matta!... Perdonami, mia cara Marianna,
ho scherzato; ma intanto non ti ho detto ancora che ho un bell'uccelletto, un
grazioso passerotto, allegro, vispo, che mi vuol bene, che mi risponde, che
vola a prendere l'imbeccata dalle mie mani, e mi pizzica le dita, e si diverte
ad arruffarmi i capelli. La sua storia è un po' triste, è vero,
dapprincipio: il babbo me lo portò un giorno avvolto nel fazzoletto,
e il fazzoletto era macchiato di sangue! poverino! era forse quella la sua prima
volata ed un colpo di fucile l'aveva ferito in un'ala! Fortunatamente la ferita
non era grave. Che cattivi e barbari divertimenti hanno mai gli uomini! Vedendo
quel sangue, udendo quel pigolare... - il poverino si lamentava del gran dolore
che doveva provare!... - io piansi con lui ed arrivai sino a dar torto al mio
caro babbo. Tutti ridevano di me, persino Gigi. Lavai la ferita del meschinello,
ma non sperai che campasse. Invece eccolo lì che saltella e fa il chiasso!
Qualche volta il poverino si duole ancora della sua ferita e viene a rannicchiarsi
nel mio grembo pigolando e strascinando la sua aluccia, come se volesse narrarmi
il suo guaio. Io lo conforto coi baci, l'accarezzo, gli dò delle miche
di pane e del miglio, ed egli se ne va tutto vispo a posarsi sul davanzale per
volgersi di nuovo verso di me cinguettando, sbattendo le ali e allungando il
collo a bocca spalancata.
Ieri l'altro un brutto gattaccio mi fece provare un grande spavento. Il mio
Carino, sai si chiama Carino?, era sul tavolo a ruzzare, poiché egli
fa mille buffonerie! a sconvolgere e disordinare tutte le carte, cinguettando
sempre, e poi si volgeva a guardarmi coi suoi occhietti arditi, il furbo, come
se provasse gusto a farmi dispetti, quand'ecco d'un balzo sul tavolino quel
gattaccio nero, che allungava lo zampino per adunghiarlo! Io misi un grido,
il povero Carino strillò anche lui, e fu assai lesto a rifugiarsi in
seno a me. Non so come lo nascondessi fra le mie mani, nel mio grembiule; ma
tremavamo tutt'e due. Al mio grido accorsero tutti di casa. Mia matrigna mi
rimproverò di averla spaventata per nulla, dicendomi che non sono più
nell'età delle fanciullaggini, e che il gatto avrebbe fatto il suo dovere
acchiappando il mio Carino; Giuditta rideva, e quel pazzerello di Gigi istigava
il gatto a ghermirmi l'uccelletto che mi tenevo in grembo. Quel poverino lo
sentivo tremare nelle mie mani dalla gran paura avuta, e il cuore gli batteva
forte forte. Mi sarei fatta uccidere piuttosto che abbandonarlo! Da quel giorno
non dimentico mai di chiudere l'uscio della mia camera ove lascio il mio Carino.
Io l'odio quel gattaccio!
Invece voglio un gran bene al cane del castaldo, un bel can da pagliaio, tutto
nero, altro così, che nei primi giorni mi faceva una gran paura coi suoi
latrati, ma che adesso mi accarezza dimenando la coda, leccandomi le mani, fregandosi
i fianchi alla mia tonaca e dicendomi coi suoi occhi intelligenti che mi ama.
Infatti egli è il mio guardiano, mi accompagna nelle mie passeggiate,
non mi lascia di un passo, corre innanzi ad esplorare il terreno, e ritorna
a gran salti dimenando la coda e abbaiando allegramente. Quando io lo chiamo,
egli già sa ch'è l'ora della nostra passeggiata (quest'ora arriva
venti volte al giorno) e vorresti vedere che urli, che salti, che carezze!
Ti ho parlato del mio cane, del mio passerotto, di quel brutto gattaccio, e
non ti ho ancora detto che abbiamo dei vicini di campagna che vengono a trovarci
spesso, e che passiamo quasi tutte le sere a giocare in loro compagnia, e facciamo
delle belle passeggiate nell'ora del tramonto. essi abitano una casetta in fondo
alla valle, a poca distanza nostra, che si può vedere dalla mia finestra.
Sono i signori Valentini; li conosci? Il babbo e la mamma dicono che sono brava
gente. Io e l'Annetta, loro figlia, che ha quasi la mia età, siamo amiche;
ma non come fra te e me, vedi! Non esserne gelosa; perché io ti amo assai
più di lei, e voglio che tu mi ami assai più di tutte le altre
tue amiche.
Quando mi scriverai? Mi hai fatto aspettare la tua lettera quattordici lunghissimi
giorni! Vedi come io ti rispondo subito e a lungo? Se mi farai aspettare altri
quattordici giorni per dirmi che mi vuoi tutto il bene che io ti voglio, che
mi rimandi cento e cento baci che ti mando, allora io amerò la mia nuova
amica più di te. Pensaci!
P.S.
Dimenticavo di dirti che i signori Valentini, oltre l'Annetta, hanno pure un
figlio, un giovanotto ch'è venuto spesso con sua sorella, e che si chiama
Antonio; però lo chiamano Nino.
27 Settembre
Marianna, perché
non sei qui a passeggiare, a trastullarti, a divertirti con noi? Perché
non posso abbracciarti e dirti ad ogni istante: vedi com'è bello questo?
vedi com'è piacevole quest'altro?... e mostrarti quanto io son felice,
mio Dio! felice come non potrei desiderare dippiù! Che sarebbe poi se
tu fossi qui!...
Ieri verso il tramonto abbiamo fatto una passeggiata coi signori Valentini nel
bosco dei castagni. Che bel bosco! se tu lo vedessi, Marianna! Un'ombra deliziosa,
qualche raggio di sole morente che s'insinua fra le fronde, uno stormire grave
e prolungato dei rami più alti, il canto degli uccelli, e poi, di tratto
in tratto, silenzio solenne e profondo. Sotto quelle immense volte di rami,
fra quelli andirivieni sterminati di viali si avrebbe quasi paura, se la stessa
paura non fosse piacevole. Le foglie secche frusciavano sotto i nostri passi;
di tratto in tratto qualche uccelletto spaventato, che fuggiva, scuoteva con
improvviso stormire le poche fogliuzze che lo nascondevano; Vigilante, il nostro
bel cane, correva innanzi festoso, abbaiando dietro i merli spaventati; Annetta,
Gigi e Giuditta si davano il braccio e cantarellavano; il signor Nino li seguiva
col suo fucile ad armacollo; il resto della comitiva era molto lontano, e ci
gridava ad ogni istante che non corressimo tanto perché l'erta del monte
è faticosa. Il signor Nino anch'egli ha un bel cane, un bel bracco, dalle
orecchie lunghe, e picchiettato tutto di nero: si chiama Alì e ha già
stretto amicizia con Vigilante. Giuditta ed Annetta ad ogni passo restavano
impigliate per le loro lunghe vesti a qualche sterpo; ma io no, ti assicuro!
io corro, saltello, ma non inciampo mai, né le siepi lasciano i segni
sulla mia tonaca. Il signor Nino mi veniva appresso, mi raccomandava di badare
che non cadessi, temeva per me, poverino!... Se non fosse per la vergogna, quasi
quasi lo sfiderei a correre, quel signorino! Giuditta si lamentava ad ogni momento
di sentirsi stanca. Che donne son quelle, Marianna? non sanno fare dieci passi
senza aver bisogno del braccio di un uomo, e senza lasciare qualche brandello
della veste ad ogni cespuglio! Benedetta la mia tonaca! Il signor Nino mi ha
offerto venti volte il braccio, come se ne avessi bisogno, io! l'avrà
fatto apposta per farmi arrabbiare! Perché dunque non l'ha offerto a
mia sorella che si lagnava della salita e che ne aveva bisogno lei? non io!
Quando siamo giunti in cima al monte, che magnifico spettacolo! Il castagneto
non arriva sin là, e dalla vetta del monte si può godere la vista
di uno sterminato orizzonte. Il sole tramonta da un lato, mentre la luna sorgeva
dall'altro: alle due estremità due crepuscoli diversi, le nevi dell'Etna
che sembrava di fuoco, qualche nuvoletta trasparente che viaggiava per l'azzurro
del firmamento come un fioco di neve, un profumo di tutte le vigorose vegetazioni
della montagna, un silenzio solenne, laggiù il mare che s'inargentava
ai primi raggi della luna, e sul lido, come una macchietta biancastra, Catania,
e la vasta pianura limitata da quella catena di monti azzurri, e solcata da
quella striscia lucida e serpeggiante che è il Simeto, e poi, grado grado
salendo verso di noi, tutti quei giardini, quelle vigne, quei villaggi che ci
mandano da lontano il suono dell'avemaria, la vetta superba dell'Etna che si
slancia verso il cielo, e le sue vallate che già sono tutte nere, e le
sue nevi che risplendono degli ultimi raggi del sole, e i suoi boschi che fremono,
che mormorano che si agitano. Marianna, ci son delle ore in cui vorrei piangere,
in cui vorrei stringere le mani a tutti quelli che mi son vicini, in cui non
potrei profferire una sola parola, mentre mi si affollano in testa mille pensieri...
Guarda!... io non so come non stringessi la mano al signor Nino che mi era accanto!...
Son sempre matta!
Credo che tutti in quel momento avran provato quello che io provavo, poiché
tutti tacevano. Il signor Nino istesso, ch'è sempre allegro, come tu
sai, taceva anche lui!!!
Poi siam discesi correndo, schiamazzando, ridendo, facendo paura agli uccelli
(che ne facevano a noi allorché scappavano con istrepito improvviso fra
le foglie) e giocando a rimpiattino fra gli alberi, nonostante che i nostri
genitori si sfiatassero a gridarci di non correre. Alì e Vigilante prendevano
parte a quella festa saltando e abbaiando allegramente. Di tanto in tanto, fra
quelle immense ombre, un raggio di luna penetrava fra i rami, strisciava sui
tronchi inargentandoli, e disegnava bizzarre figure sulle foglie morte che tappezzano
il suolo. Il signor Nino correva anche lui come un fanciullo, come un matto,
né più né meno di tutti noi. Due o tre volte l'ho sopravanzato
e ne sono andata orgogliosa. Vincere un uomo!... E siccome faceva buio tra gli
alberi, ed egli non poteva vedermi arrossire... così non mi vergognavo...
e allorché m'ero lasciati di molto addietro tutti gli altri... e anche
lui... sostavo ansante, senza poter tirare il fiato, ma tutta giuliva, e non
avevo paura di trovarmi sola al buio, perché udivo le loro voci, gli
abbaiamenti dei cani... e poi il signor Nino non aveva il suo bravo schioppo
ad armacollo?
Uscendo dal bosco fu un'altra festa allorché vedemmo i lumi della nostra
casetta. Sai com'è piacevole in campagna, nel silenzio, fra il buio,
vedere da lontano quelle finestre rischiarate, quel lume ospitale che ci guida,
che ci chiama, che ci fa pensare alle pareti domestiche e a tutte le tranquille
contentezze della famiglia?
Non sai che in questi otto giorni siamo diventati intimissimi coi signori Valentini?
La brava gente! ci pare che sieno nostri amici da vent'anni. Annetta è
una cara ragazza e non ride della mia tonaca e delle mie singolari maniere da
educanda; siamo insieme dal mattino alla sera; si passeggia, si chiacchiera,
si giuoca, si fa colazione e qualche volta anche si desina assieme. Se ti dicessi
che ho imparato a giocare anch'io!... Per carità non dirlo ad anima viva!
Però ancora non sono molto brava e perdo quasi sempre; ma il signor Nino
ha la bontà di star di continuo a dirigermi, a consigliarmi, e si contenta
di non giocare lui. Quando tornerò al convento di dimenticare tutte le
quaranta carte.
Il convento! mio Dio!... Ecco la sola nube che offuschi cotesto ridente orizzonte.
Ma non ci pensiamo per ora, Marianna mia, siamo allegri e felici; sia poi quel
che Dio vuole!
E intanto che noi siamo qui, lontani, dal pericolo, sicuri, tranquilli, e che
ci divertiamo, quanta povera gente che piange, che soffre! quante miserie, quante
lagrime, quante vittime! Le notizie che ci giungono sin qui, ogni quattro o
cinque giorni, sono assai tristi! Dio mio, pietà di tanti tribolati!
Quanti sospetti! quanti terrori! Tu saprai che i nostri contadini credono agli
avvelenatori, ai razzi avvelenati, che so io... Meschinelli! sono come me che,
quando ho molta paura, veggo i fantasmi! Perciò tutte le notti si veggono
per le valli, sui monti, dappertutto, i fuochi, i segnali delle guardie, si
odono continuamente delle schioppettate, come se si volesse far paura a dei
lupi intelligenti, a delle belve umane!... -Ciò è triste; ma la
notte, fra il buio e il silenzio, fra questa commozione generale, è anche
spaventevole!
Son triste anch'io, non è vero? e un momento innanzi ero allegra parlandoti
dei nostri divertimenti. Mi dici che anche tu ti diverti e che sei in buona
compagnia; ti credo, ma giurerei che non varrà certamente la nostra.
Mi dici anche che non rientrerai più in convento... beata te!... Ma se
dovessi rientrarvi senza di te?... Voglio stare allegra adesso; penserà
Iddio al resto!... Il mio Carino è guarito; s'è fatto grandicello
ed anche un poco cattivo; è vispo, chiassone, ardito, e gli è
venuta una vociaccia! Se lo lasciassi fare, credo che avrebbe l'audacia di tener
testa al gatto. Il povero Vigilante s'ebbe un cattivo colpo di bastone dal castaldo,
ed è venuto strillando il suo guaio. Io l'ho accarezzato, gli dò
sempre qualche boccone ghiotto, e adesso non lascia più la soglia del
mio camerino.
Mi pare che non abbia dimenticato di dirti nulla. Scrivimi presto e lungamente.
Dimmi che mi vuoi bene, e che vuoi bene anche alla mia Annetta, che te ne vuol
molto.
Addio, addio, addio.
1 Ottobre
Se sapessi, Marianna!
se sapessi!... Il peccataccio che ho fatto!... Mio Dio! come avrò il
coraggio di dirtelo? Non mi sgridare!... a te, a te sola lo confesserò...
ma all'orecchio, veh! e sommessamente... Non mi guardare in viso!... Abbracciami
e ascolta...
Ho ballato!... intendi? ho ballato!... ma senti... non mi sgridare!... non c'era
nessuno... il babbo, Giuditta, Gigi, la mamma, Annetta, i signori Valentini...
e il signor Nino... Anzi ho ballato con lui... Ascolta! mi giustificherò...
vedrai che non sono stata io... che non fu mia colpa... che mi costrinsero...
L'altra sera i signori Valentini portarono il loro armonium; suonò Annetta,
poi anche Giuditta; ballarono tutti, Annetta, mia sorella, e un poco anche Gigi.
Si dovette disfare il letto di mia sorella per formare la sala da ballo. Dopo
che Giuditta ebbe finito di ballare, il signor Nino venne ad invitarmi, io mi
sentivo ardere il viso e avrei voluto trovarmi cento piedi sotterra. Balbettavo,
non sapevo che dire. Rifiutai, rifiutai venti volte, te lo giuro; tutti ridevano
e battevano le mani; il babbo venne a prendermi per la mano, ridendo anche lui
mi accarezzò, mi disse che po' poi non c'era il gran male a ballare anch'io.
Tentai inutilmente far comprendere che non sapevo ballare affatto, che non mi
avevano insegnato neanche cotesto; il signor Nino s'impegnò di dirigermi
lui; non ci vedevo più provavo le vertigini sentivo un ronzìo
alle orecchie, e le gambe mi tremavano; mi lasciai condurre, mi lasciai trascinare
senza sapere io stessa quello che facessero di me. Quanto soffersi, Marianna!...
Eppure... allorché egli mi prese per la mano... allorché mi passò
il braccio attorno alla vita... mi sembrò che la sua mano ardesse, che
mi bruciasse il sangue nelle vene, che mi facesse scorrere un'onda di gelo sino
al cuore!... ma nello stesso tempo parvemi che mi confortasse. Il cuore mi si
spezzava sentendo battere quell'altro cuore contro il mio! Tutti avranno riso
di me! Ridi anche tu. Si, anch'io adesso ne rido. Chi è delle fanciulle
della nostra età che non abbia ballato almeno venti volte? Chi sa se
in principio provarono tutte quello che io provai?... Ma in seguito ti confesso
che quella musica, quei volti allegri, le parole che egli mi sussurrava all'orecchio
per rincorarmi, la sua mano che stringeva la mia, fecero quasi svanire il mio
turbamento, anche direi la vergogna... Povera Marianna! non mi rimproverare!...
Quasi quasi mi parve d'esser felice...
Marianna mia! perdonami! non lo farò più! Del resto spero che
mi lasceranno tranquilla; avranno riso abbastanza della mia tonaca e della mia
goffaggine... anche lui... il signor Nino... Ma no! son sicura che egli non
volle farmi ballare per ridere di me... ma la sua intenzione era di farmi piacere...
e difatti è stato troppo buono per me, per una povera educanda che non
sapeva muoversi, che inciampava ad ogni passo, che soffriva di capogiro... egli
che balla così bene! Se tu l'avessi visto ballare con Giuditta!... lei
sì che sa ballare, lei!
Dopo si fece un po' di musica. Annetta e Giuditta cantarono alcune belle ariette
da teatro. Vollero in seguito che cantassi anch'io ad ogni costo!... Dimmi tu
che cosa avrei potuto cantare all'infuori del Salve Regina? Ebbene, dissero
che si contentavano anche del Salve Regina! Volevano prendersi spasso di me
certamente, il mio babbo pel primo che mi costrinse a cantare! Nel coro, tu
lo sai bene, cantavamo quasi al buio, dietro le gelosie, col velo sul viso,
infine fra persone intime; ma cantare lì, allo scoperto, fra tanta gente!...
c'era anche il signor Nino!... Pure dovetti cantare! non le parole, s'intende,
ma la sola musica. La voce mi tremava, mi mancava il fiato; ebbero però
la bontà di essere indulgentissimi, di non ridere, ed anzi di applaudirmi.
Pare che la sia davvero una bella musica, quella del Salve Regina!... Ho visto
il signor Nino così commosso!... e guardarmi con certi occhi!... lui
ch'è sempre allegro e motteggevole!
Ti ho scritto tutto quello che faccio, tutto quello che penso, tutti i miei
divertimenti, tutti i miei peccatacci, a costo anche di buscarmi da te una ramanzina...
Io non avrei osato confessarmene con quel buon vecchio del nostro cappellano...
ma se non ti narrassi tutto, sorella mia, se non mi sfogassi con te raccontandoti
tutte queste cose, mi pare che esse mi opprimerebbero. Ho bisogno di parlartene
a lungo, di rammentarne tutti i particolari, di pensarci sopra, e di parlarne
a me stessa, di vederle scritte sopra la carta, di sognarle... Ci son dei momenti
in cui questa folla di pensieri fermenta, e mi riempie la testa di vertigini,
m'inebbria, mi stordisce. Son folle, tutte queste nuove sensazioni saranno troppo
violente per me, abituata alla pace ed al raccoglimento claustrale. Io son felice
di poterne parlare almeno con te, di poter riversare nel tuo cuore quella parte
del mio che trabocca.
Scrivimi, scrivimi subito. Non far passare tanto tempo prima di rispondermi.
Confortami, discorri colla tua povera amica, ch'è inquieta, sconcertata
da tutti cotesti rumori, da tutte coteste novità, da tutte coteste nuove
impressioni, e trema come un uccelletto, spaventato persino dai curiosi che
stanno ad osservarlo, i quali non avranno certamente intenzione di fargli del
male, ma gliene fanno col solo stargli d'attorno.
Vorrei piangere, vorrei ridere, vorrei cantare, vorrei stare allegra. Ho bisogno
di una tua lettera. Ho bisogno di parlare con te, intendi? Abbracciami, Marianna
mia... Se potessi piangere, e nasconderti il viso in seno!...
10 Ottobre
Giovedì
fu una bella giornata! Era la festa del babbo! Non occorre dirti che sin dallo
spuntar del giorno tutta la nostra famigliuola in moto, e la nostra casetta
riboccante di gioia e di allegria. La mamma aveva già fatto tirare il
collo a un tacchino, e sorvegliava ai preparativi del desinare. Giuditta avea
regalato al babbo un bel berretto di seta, che aveva ricamato di nascosto per
fargliene una sorpresa; io non potei far altro che recargli un bel mazzo di
fiori di campo, che avevo raccolti all'alba ed erano ancora umidi di rugiada.
Era un povero mazzolino il mio; ma il buon padre gradì il mio regalo
quanto quello di mia sorella e ci abbracciò entrambe colle lagrime agli
occhi. I nostri amici vennero a trovarci fin dallo spuntare del giorno, facendosi
precedere da grida festose, da schioppettate tirate in aria, e dagli abbaiamenti
di Alì. Che festa! I signori Valentini recavano anch'essi dei bei mazzi,
ma di veri fiori da giardino, che avevano fatto venire apposta da Viagrande.
Il mio povero mazzolino sembrava tutto vergognoso accanto a quei fiori superbi.
Ci regalarono anche un bel lepre ucciso il giorno innanzi... Ma il signor Valentini
non va mai a caccia... bensì suo figlio... La mamma gradì più
il lepre che i fiori... Per parte mia ti confesso che da qualche
giorno son quasi riconciliata con i cacciatori... sarà effetto di abitudine...
Eppoi che cosa possiamo capirci noi altre in simili divertimenti ai quali gli
uomini prendono tanto gusto? Il babbo volle che i nostri amici rimanessero a
pranzo con noi. Fu una bella giornata! Si cantò, si rise, si stette molto
allegri, si ballò anche... io no, sai!
Dopo il pranzo la solita passeggiata. La sera era bellissima; ma, non so perché,
io non fui così gaia, così contenta com'erano tutti, e come fui
l'altra volta. Mi piaceva udire il lieve fruscìo della foglia che cadeva,
lo stormire degli alberi, il canto lontano dell'assiuolo, mi piaceva ad aver
paura dove l'ombra era più oscura, e tarmi sola in disparte, poiché
di tratto in tratto mi si velavano gli occhi di lagrime.
Qual mistero c'è dentro di noi, Marianna? Avrei dovuto essere così
allegra in quel giorno in cui tutti lo erano! Non saprei spiegare a me stessa
questa stranezza. Sarà forse un cervellino strambo il mio, cui meglio
conviensi la quiete del chiostro, e che qui trovasi fuori di posto, agitato,
inquieto, ed anche un poco pazzerello.
Addio. Ti scriverò quanto prima. Questa lettera è breve, ed anche
asciutta, mentre ti dovrei una bella lettera lunga lunga che ti narrasse cento
altre cose, tutte le sciocchezze che mi vengono in mente, tutto quello di cui
non posso chiacchierare con te a viva voce. Ma che vuoi?... oggi non mi sento
in lena. Sono stanca, svogliata, e non ho le idee ben chiare. A domani dunque.
23 Ottobre
Mi rimproveri
ch'io abbia lasciato senza risposta la tua lettera, ed hai ragione, Marianna
mia; me ne ero già rimproverata io stessa. Non so quello che m'abbia,
non so... Il più piccolo lavoro, la menoma occupazione mi affatica...
Sgridami... Sono un'infingarda... Vorrei stare tutto il giorno seduta all'ombra
dei castagni; vorrei passare le notti a fissare gli occhi nel firmamento. Tutto
quello che più mi allettava mi è venuto a noia. Non voglio più
passeggiare nel castagneto, non voglio più cantare, non posso più
ridere, tutto m'infastidisce. La tua povera Maria è assai triste! Non
so io stessa il perché. Sarà forse il Signore che avrà
voluto farmi provare quanto fugaci siano i piaceri e le gioie che non sono nella
vita del chiostro. Oh, mio Dio! ci son dei momenti in cui quasi ho paura di
me stessa... perché anche la mia preghiera è distratta!... Dio
mio! perdonatemi! confortatemi! Dio mio, sorreggetemi!
Il mio Carino è diventato quasi selvatico perché da molti giorni
non mi trastullo più con lui. Mi fugge! Sono diventata tanto cattiva
adunque? Vigilante non mi fa più le sue solite carezze, perché
non gliele ricambio, e si avvede che mi infastidiscono.
Se fossi malata, Marianna? Ti confesso all'orecchio che quasi quasi vorrei esser
malata, perché allora tutta cotesta noia, tutta cotesta stanchezza dell'anima
avrebbe un motivo e non mi spaventerebbe.
Tu però che sei sana, che sei allegra, che sei felice, scrivimi, scrivimi
spesso. Amami cento volte dippiù perché adesso ho maggior bisogno
che tu mi voglia bene, perché io ti voglio bene assai dippiù,
e perché l'unico dolce sentimento che mi sia rimasto è una gran
tenerezza pei miei cari, per tutti quelli che conosco; figurati poi per te!
2 Novembre
Marianna, son
convinta che a noi, poveri cuori deboli e timidi, tutto cotesto tumulto del
mondo, tutte coteste sensazioni potenti, tutti cotesti piaceri facciano un male
immenso. Siamo degli umili fiorellini avvezzi alla dolce tutela della stufa,
che l'aria libera uccide.
Ti rammenti come io ti scrivessi di essere allegra, felice, due mesi or sono?
Come ogni nuova emozione fosse un tesoro pel mio cuore avido di contentezza?
Come ringraziassi il mio buon Dio di tutte quelle sensazioni piacevoli a cui
si schiudeva l'anima mia benedicendolo?... È vero, Marianna! Purtroppo
è vero quello che ci dicevano sempre le monache, e che il Padre Anselmo
ripeteva dal pulpito; le vere gioie tranquille, serene, durevoli, son quelle
del chiostro. Io non saprei spiegartene la ragione, ma quelle del mondo non
son sempre le stesse. Io l'ho provato... io che mi trovo così cangiata!
Tutto mi stanca, mi pesa, mi dà noia... tutto mi è argomento d'inquietudine,
di turbamento... ed anche di sgomento... Lo stesso non saper trovare una ragione
agli impeti improvvisi di allegria folle e quasi delirante, ed alle repentine
tristezze che mi assalgono, mi spaventa. Mi sento infelice in mezzo a tutti
cotesti doni del Creatore che benedissi altra volta...
Vorrei ritornare fra quelle buone pareti del convento. Vorrei inginocchiarmi
in quel coro; vorrei abbracciare i piedi di quel crocifisso; vorrei baciarti,
e nasconderti il viso in seno, e sfogarmi delle lagrime che mi si aggruppano
in cuore.
Non mi deridere, Marianna; compiangimi, piuttosto; compiangimi, ché son
molto triste, e non so spiegarmi la mia tristezza, e non so trovarne la causa,
e sono forse cattiva e ingrata verso il buon Dio che mi ha colmata di tante
benedizioni, ingrata verso il mio caro babbo che si sforza di dissipare la mia
tristezza con mille carezze, ingrata verso la mia famiglia, verso i miei amici...
Non posso più scriverti. Vorrei piangere. Ho passato quasi tutta la notte
alla finestra, fissando gli occhi nel buio profondo che mi sembrava pieno di
larve, ascoltando l'uggiolare lontano dei cani, il ronzìo degli insetti
notturni... e non ho avuto paura!...
Se potessi abbracciarti!... se potessi piangere!... Scrivimi almeno tu!... Scrivimi!
Non ti dico altro.
10 Novembre
Mia cara Marianna,
tu sei inquieta per me, per lo stato dell'anima mia; mi fai mille domande che
non comprendo, che m'imbarazzano, alle quali non saprei rispondere; mi chiedi
mille spiegazioni che non saprei dare a me stessa. Se tu fossi qui, se ci parlassimo
all'orecchio, abbracciate, sotto gli alberi, ove l'ombrìa è più
densa, tu che sei già una signorina, tu che non anderai più in
convento, che conosci il mondo, tu forse sapresti trovarci il bandolo! tu forse
sapresti rispondere alle mie domande, sciogliere i miei dubbi, e mi conforteresti,
e mi tranquilleresti. Ma che posso dirti io?...
Le tue stesse interrogazioni m'inquietano, mi turbano... Perché mi domandi
la ragione del non averti più parlato dei signori Valentini nelle mie
ultime lettere che sono sì meste, mentre te ne parlavo tanto nelle mie
prime ch'erano così allegre? Perché hai osservato che mentre il
nome del signor Nino è ricordato venti volte nelle mie prime, sembra
poi evitato con molto studio nelle ultime? Come l'hai osservato? Io stessa non
me n'ero accorta... Dio mio! non saprei nemmeno dirtene il perché! Ma
tu hai ragione e mi hai fatto scorgere che anche adesso c'è voluto uno
sforzo per scrivere quel nome... Ti sarai anche accorta che la mia mano ha tremato...
E se mi vedessi in viso!
Marianna! Marianna mia!...
Ora ti scriverò tutto, vedi!... Ti metterò il mio cuore fra le
mani; tu l'interrogherai, l'analizzerai meglio di me, e come io non saprei...
Tu mi dirai che cosa devo fare per vincere cotesta malattia che mi travaglia,
e per tornare ad essere gaia, spensierata e felice... Tu mi aprirai le braccia...
Non so quello che si agita dentro di me; ma dev'essere qualche cosa di male,
perché io abbia esitato a confidartelo, perché io mi trovi, direi,
come colpevole, perché io sia posseduta da una vergogna, da un'inquietudine,
da un timore inesplicabile, come se avessi un secreto da nascondere a tutti,
e che tutti tenessero gli occhi fissi su di me per scoprirlo.
Qual è cotesto secreto? Mio Dio! io stessa non saprei dirlo... Ti narrerò
tutto! tutto! Se tu potrai indovinarlo me lo additerai, ed io ti prometto di
vincerlo, s'è un male od una tentazione; ti prometto di esser buona,
di pregar Dio perché mi dia forza e m'illumini, e mi aiuti...
Ho analizzato tutta me stessa per vedere dove sia questo male, da che provenga
questo turbamento; ho passato in rassegna tutti i miei sentimenti, i miei pensieri,
fin le mie occupazioni, le persone con cui parlo, gli oggetti che veggo... Non
trovai nulla, tranne che... Ma tu mi crederai matta, e riderai di me.
Ti ho scritto altre volte che noi ci siamo fatti intimissimi coi signori Valentini.
Annetta è per me un'altra Marianna... Ma tu mi hai fatto pensare che
quel suo fratello mi fa un certo effetto... È vero: direi quasi che mi
fa paura...
No, non son cattiva, Marianna! Non mi condannare! È una stravaganza,
una follia certamente. M'avveggo che ho torto e cerco di vincere me stessa...
perché colui è un buonissimo giovane, ed anche pieno di attenzioni
per me... Ma io non saprei spiegarti l'impressione che egli produce in me...
Non è antipatia, non è avversione... eppure lo temo... eppure
ogni volta che lo incontro arrossisco, impallidisco, tremo, e vorrei fuggirmene.
Ma poi egli mi parla, lo ascolto, rimango a lui vicina... non so perché...
mi pare che non potrei staccarmene... e penso al Padre Anselmo, allorché
ci parlava dal pulpito del fascino dello spirito del male, ed ho paura...
Dio mio! Non ti dico già che sia lo stesso... È un paragone. Vorrei
poterti spiegare l'effetto che egli mi fa...
Eppure egli è cortesissimo con tutti, ed anche con me... ed io non son
cattiva, ti giuro!... Io gli son grata delle sue delicate premure...
Uno degli scorsi giorni, dopo il famoso ballo, egli mi disse, in un momento
in cui eravamo solo: "Io vi ringrazio, signorina". "Di che?"
"Di avermi fatto il favore di ballare con me. Se sapeste com'ero felice!"
E diceva questo in certo modo che io mi sentiva tutta turbata. Dio mio! come
sono esagerati gli uomini nei loro complimenti!... Ma non so perché egli
mi abbia detto questo sottovoce... e mi parve anche di accorgermi ch'egli abbia
arrossito... e forse per questo anch'io mi feci rossa... e non seppi rispondergli
nulla...
Vedi a qual delicatezza egli arriva per farmi piacere! Un'altra volta mi disse:
"Come vi sta bene cotesta tonaca!". Mi ha detto questo!... La mia
brutta tonaca nera!... Non saprei spiegartene la ragione... ma mi parve che
ne provassi un gran piacere; arrossivo, balbettavo e non sapevo che farmi.
Tu mi dirai che son matta, e avrai ragione, perché non sono certamente
le sue cortesie che possono sconvolgermi così tutta quanta.
Perché adunque allorché ascolto la sua voce mi confondo? Perché
quando incontro il suo sguardo fisso su di me mi sento a un tratto una vampa
al viso e come un brivido al cuore?
Senti, Marianna; io credo di aver trovato la ragione di tutto questo. In convento
ci hanno abituate a farci tale idea degli uomini in generale e dei giovanotti
in particolare, che non possiamo incontrarne uno senza sentirci tutte sossopra.
Perché dunque Giuditta, mia sorella, che pure è più giovane
di me, non prova mai il menomo imbarazzo discorrendo con lui? Perché
anzi scherza con lui, e ride, e gli parla a lungo con franchezza, senza arrossire,
mentre se io dovessi fare altrettanto mi parrebbe di morire?... Nullameno...
Dio mel perdoni... mi pare che per questa ragione talune volte io provi per
mia sorella un sentimento che somiglia all'invidia...
Oh! Dio mio! Chiamatemi a voi, nel vostro convento, fra la calma, il silenzio,
il raccoglimento; calmate la mia mente, rischiarate la mia ragione!
16 Novembre
Lunedì
l'incontrai nel castagneto. Per fortuna Gigi mi accompagnava. Egli aveva il
suo schioppo ad armacollo e cantarellava da lontano prima che si fosse accorto
di noi. Tu non sai che dolce voce egli abbia! Io lo riconobbi subito: mi sembrava
che il cuore mi scappasse dal petto, e avrei voluto allontanarmi, fuggirmene,
per quel solito sciocchissimo turbamento... Il suo cane, Alì, ci vide
pel primo, e ci corse incontro latrando e facendoci festa. Bisognava rimaner
lì, non è vero?... malgrado che mi fossi fatta di brace, malgrado
che tremassi tutta... Egli si sarà accorto del mio turbamento. Si avvicinò
e mi stese la mano; dovetti dargli la mia, perché qui si usa stringere
la mano anche agli uomini, e non mi par bene... poiché egli dovette accorgersi
che la mia povera mano tremava...
Per tornare a casa si doveva attraversare la parte più fitta del castagneto,
e sul limite, ch'è assai roccioso, c'erano molti sterpi e spine. Egli
volle accompagnarmi e darmi il braccio. Tremavo talmente ch'egli mi disse: "Appoggiatevi
francamente, signorina; voi inciampate ad ogni passo". Ed era vero. Si
fece un bel tratto di strada in silenzio, e camminando io spingevo apposta col
piede le foglie secche che coprivano il suolo, per nascondergli il battito del
mio cuore. Egli avrà avuto pietà del mio imbarazzo, poiché
tentò rompere quel silenzio dicendomi: "Che bella giornata! che
bella passeggiata abbiamo fatto!" e sospirava... Anzi Gigi si lagnò
che io gli camminassi sui piedi... Poi ci mettemmo a sedere su di un muricciuolo
accanto alla vigna, e lui mi si pose al fianco. Io non vedevo che il calcio
del suo schioppo che disegnava sulle zolle certe bizzarre figure. Alì
venne a posare la sua grossa testa sui miei ginocchi sorridendomi con quei suoi
begli occhi pieni di vita; io lo accarezzavo ed esso mi ringraziava dimenando
la coda. Il suo padrone mi disse: "Vedete come vi vuol bene Alì?
Lo amate voi?". Non so perché quell'innocentissima domanda mi commosse
tutta, e mi parve d'amare immensamente quel povero Alì... E accarezzò
anch'egli il suo cane... e allora le nostre mani s'incontrarono, e sentii che
la mia tremava. Il mio silenzio istesso m'imbarazza. Cercavo una rispostane
non seppi balbettare che: "Come è bello il vostro cane, signore!..."
Egli non disse più nulla e sospirò. Perché sospirava? Sarà
anch'egli infelice, poverino! Infatti da qualche giorno m'è parso più
malinconico... ed in quel momento che egli sospirava provavo per lui una gran
tenerezza, e non più il solito sgomento, bensì un sentimento tanto
amichevole che avrei desiderato essere un uomo come lui, un suo amico, un fratello,
per gettargli le braccia al collo e chiedergli che cosa lo affliggesse così,
per confortarlo o per dividere almeno con lui le sue pene.
Oh! sì! son peccatacci grossi!... e chi sa quanto dovrò soffrire
nel farne la confessione! Poi ne ho sulla coscienza un altro più grosso
ancora... una viva curiosità... di conoscere che cosa lo rattristasse
in quel modo... Noi altre donne siamo tanto curiose!... Ma capisci benissimo
che non osai domandarglielo.
D'allora non lo vidi più che la sera, insieme ai suoi. Non ardisco più
uscir sola. Agucchio, agucchio alla mia finestrella, e tutti i giorni allorché
odo la sua voce o il fischio con cui chiama il suo cane, laggiù nel bosco,
allorché mi sembra vedere un'ombra passare rapidamente fra i gruppi lontani
degli alberi, il cuore mi batte come quando eravamo rimasti in silenzio, l'una
accanto all'altro, colle mani posate sulla testa di quel bel cane.
Tutte le volte che l'incontro provo lo stesso turbamento, ed è perciò
che evito d'incontrarlo. Ma accade delle volte che non posso sfuggirlo, capisci!...
che devo dissimulare il mio soffrir e restar lì. Quand'egli mi guarda,
il cuore mi balza nel petto, e vorrei morire per nascondere il mio rossore...
Mi pare che tutti gli occhi sieno fissi su di me a domandarmi perché
arrossisco... ed io, Dio mio!... non saprei dirlo... non lo so! Pure appena
posso approfittare del primo pretesto vado a rifugiarmi nella mia cameretta,
a nascondere fra i guanciali il viso infuocato, e piangere... non so... ma mi
pare che il pianto mi faccia bene e mi alleggerisca di un gran peso!
Frattanto ieri l'altro, mentre mi asciugavo gli occhi, vidi un'ombra alla finestra.
Era lui! che appoggiava i gomiti al davanzale e si teneva il volto fra le mani...
Ti lascio immaginare come rimanessi! Anche lui era assai turbato. Volle sorridere
e mi parve che piangesse, tanto quel sorriso era triste. Poscia balbettò:
"Perché ci fuggite, signorina?". Avrei desiderato che il suolo
si fosse aperto ad inghiottirmi. Per fortuna sopraggiunse mia sorella. mi fu
d'uopo uno sforzo miracoloso per calmarmi o piuttosto per imporre al mio viso
di mentire, e andai a raggiungere la comitiva che si sollazzava sulla spianata.
Giuditta era accanto a lui, gli parlava, rideva, era tranquilla, non tremava...
lei!
Oh! il convento! il convento! Ecco quello che mi abbisogna, che è fatto
per me. Al di fuori non c'è che turbamento e sofferenze.
Vedi... mi crederanno cattiva lui pel primo! Dio che mi legge in cuore sa che
io non sono tale, che io non ci ho colpa se la mia timidità, le mie abitudini
tanto diverse dalle loro mi fanno sembrar cattiva! Ma chi mi crederà?...
Ieri mentre tutti rientravano in casa, perché il fresco della sera era
divenuto frizzante, egli mi si accostò, triste, pallido, mi prese la
mano, tremavo talmente che non seppi ritirarla, ero sbalordita... egli mi disse
colla sua voce più dolce: "Che vi ho mai fatto, signorina? Perché
mi fuggite?...".
Mio Dio! Mio Dio! Avrei voluto buttarmi ai suoi piedi, domandargli perdono,
dirgli che s'ingannava, che non era colpa mia... Non so che cosa dissi, non
so che cosa balbettai. Sopraggiunse Annetta, mi buttai fra le sue braccia, e
mi sfogai in pianto.
Marianna mia, cerca un conforto per me, aiutami!... Anche tu mi abbandoni! Son
sola, sono triste, sono infelice!... Prega Iddio che mi faccia presto ritornare
alla mia tranquilla e modesta esistenza, e che nel silenzio di quei corridoi
si estingua il soffio tempestoso che viene dal mondo a turbare la sbigottita
anima mia.
Ti ho scritto cogli occhi velati di lagrime; non so nemmeno quello che ho scritto.
Perdonami ed amami, ché ho molto bisogno di essere amata.
17 Novembre
L'altra sera,
dopo ch'egli mi disse quelle parole, allorché entrai nella stanza dove
stavano radunati i miei parenti coi signori Valentini ero così turbata
che tutti se ne avvidero. Mia matrigna fece una scena; mi rimproverò
che io sono una ragazza male educata, capricciosa, che mi abbandono a degli
impeti di gioia e degli accessi di malinconia ingiustificabili. Mio padre tentò
difendermi sostenendo ch'io fossi indisposta.
Tutti gli altri tacevano. Quel supplizio durò quasi mezz'ora. Allorché
potei chiudermi nel mio stanzino io ringraziai il Signore e lo pregai fervidamente
di chiamarmi a sé.
Passai una cattivissima notte senza nemmeno chiudere occhio. Ho interrogato
il mio cuore, ed ho paura.
Marianna mia, se non temessi di far peccato e di addolorare mio padre, Giuditta,
mio fratello, te... e tutti quelli che mi vogliono bene... io vorrei morire
di coléra.
Addio.
20 Novembre
Marianna! Marianna!...
io lo amo! io lo amo! Pietà! pietà di me! Non mi disprezzare!
son molto infelice! perdonami!
Mio Dio! perché questo castigo così duro? Ecco che bestemmio!
Oh, mio Dio!... quanto ho pianto! Oh! Dio mio... vi ha una donna più
sciagurata di me?...
L'amo! È un'orribile parola! è un peccato! è un delitto!
ma è inutile dissimularlo a me stessa. Il peccato è più
forte. Ho tentato di sfuggirgli, esso mi ha abbrancato, mi tiene in ginocchio
sul petto, mi calpesta la faccia nel fango. Tutto il mio essere è pieno
di quell'uomo: la mia testa, il mio cuore, il mio sangue. L'ho dinnanzi agli
occhi in questo momento che ti scrivo, nei sogni, nella preghiera.
Non posso pensare ad alto; mi pare che ad ogni istante il suo nome mi venga
sulle labbra, che ogni parola che profferisco si trasformi nel nome di lui;
allorché lo ascolto son felice; quando mi guarda tremo; vorrei stargli
vicina ad ogni momento e lo fuggo; vorrei morire per lui. Tutto ciò che
sento per quell'uomo è nuovo, è strano, è spaventoso...
è più ardente dell'amore che porto a mio padre; è più
forte di quello che porto a mio padre; è più forte di quello che
porto al mio Dio!... Questo è quello al mondo chiamano amore... l'ho
conosciuto; lo veggo... È orribile! è orribile!... È il
castigo di Dio, la perdizione, la bestemmia! Marianna, io son perduta! Marianna,
prega per me!...
Ieri egli era andato a Catania per certi affari della sua famiglia. Avrebbe
dovuto essere di ritorno prima di sera coll'omnibus di Trecastagne, e alle nove
ancora non si vedeva. Figurati lo sgomento della sua famiglia e di tutti! Le
notizie che corrono sono tristissime; non ci era chi non pensasse a qualche
disgrazia. La madre ed Annetta piangevano; il signor Valentini era agitatissimo,
ed andava ogni momento al ciglione che sovrasta la vigna da dove si può
vedere un bel tratto del viottolo che mena al villaggio, poiché suo figlio
avrebbe dovuto lasciar l'omnibus alla solita fermata e venirsene a piedi sin
qui. L'oscurità era fitta; nel viottolo non si vedeva a dieci passi.
Si erano spediti due messi per cercare di sapere la causa di quel ritardo e
per annunciare più presto il suo ritorno. Il povero padre lo chiamava
di tratto in tratto ad alta voce, come se avesse sperato di udirlo a rispondere
da lontano. Tutti tendevano l'orecchio, ti puoi bene immaginare con quale ansia;
si attendeva un minuti, dieci, la voce moriva lontan lontano nella valle, e
succedeva il silenzio. Suonarono le nove e mezzo, le dieci! i piagnistei erano
generali. Il signor Valentini era andato ad incontrarlo, solo, al buio, come
un pazzo, per domandarne a tutti i viandanti, deciso a non fermarsi che allorquando
avrebbe trovato il figlio. Ma, Dio mio! se non si vedeva anima viva! e il più
ardito viandante non si sarebbe arrischiato a quell'ora di percorrere le strade,
invigilate sospettosamente dai contadini che fanno la guardia al coléra!
Quei pianti mi spezzavano il cuore; quel silenzio mi atterriva; quel buio mi
sembrava pieno di orribili visioni. M'ero chiusa nella mia cameretta onde inginocchiarmi
ai piedi del crocifisso e piangere, e pregare per lui. Di tratto in tratto interrompevo
la mia preghiera, asciugavo le mie lagrime, soffocavo i miei singhiozzi per
tendere l'orecchio, per mettere tutta l'anima mia nell'ascoltare. Al di fuori
si udiva solo in lontananza il rumore di qualche fucilata che mi metteva in
convulsione e l'uggiolare ch'era lugubre. Diventai superstiziosa. Pensai: "quando
avrò detto cento avemarie udrò la sua voce". Ne dissi cinquanta
tutte di un fiato; poi incominciai a recitar le altre più lentamente,
perché mi pareva che avessi detto le prime troppo in furia, che il tempo
prefissomi non fosse quello, che Dio non mi avrebbe esaudito perché avevo
recitato le mie avemarie troppo distratta. Quand'ebbi detto le ultime dieci
tornai da capo, lusingandomi che mi fossi sbagliata nel contare... Recitai le
ultime due ad una ad una, interrompendomi per ascoltare... e mi parve di aver
udito delle voci lontane... attesi, attesi... nulla!... il silenzio! Poi dissi
a me stessa: "se la prima che parlerà sarà Annetta, egli
arriverà fra un quarto d'ora...". Indi: "quanto il vento avrà
fatto stormire le foglie degli alberi dieci volte, egli sarà quì".
I rami si agitavano, si agitavano e nessuno veniva!... Allora mi parve che soffocassi,
che la mia testa si smarrisse, che il sangue mi scorresse in tutte le vene con
tale impeto da spingermi a correre non so dove come una pazza; mi parve che
quella stanza fosse angusta, che quel tetto mi schiacciasse! Uscii sulla spianata.
Mi faceva male vederli piangere quei poveri parenti, ascoltare ansiosamente
i menomi rumori della campagna, e sussurrarsi sottovoce delle lusinghe per ingannare
sé stessi più che gli altri. Andai a sedermi sul muricciuolo,
lontana da tutti, al buio, cogli occhi ardenti, fissi nelle tenebre, quasi mi
sembrasse poterle diradare col mio desiderio, ascoltando l'uggiolare lontano
dei cani e cercando d'indovinare se essi abbaiassero pel suo passaggio. Mio
Dio! che soffrire! Ad un tratto mi parve che i battiti del cuore si arrestassero...
udii un urlo lontano, un urlo che conoscevo. Il cuore cominciò a battere
in tumulto, cominciò a far rumore quando avrei voluto unicamente ascoltare...
Nulla! nulla!... mi ero forse ingannata... Poi si udì un altro urlo più
vicino, più distinto; questa volta tutti lo udirono: era Alì che
abbaiava. È lui! viene! è la voce di Alì!... Ah!... Alì
correva, si avvicinava, urlava a festa, ci gridava la buona novella!... ci sapeva
inquieti, spaventati e veniva correndo... s'udivano i tralci delle viti scossi
bruscamente dalla sua corsa; ancora non si vedeva, ma avrei potuto precisare
il punto dov'egli correva. Mi pareva che il cuore scappasse via dal petto. Tutti
erano corsi lì, sul muricciuolo, vicino a me. Alì arriva, salta
sul muro, è lui! è lui! Esso mi salta addosso latrando, festoso,
eppure ansante, commosso anche lui, il povero Alì! Io lo abbracciai,
lo abbracciai stretto stretto perché mi pareva di svenire, e scoppiai
in lagrime.
Quando arrivò, quel povero Nino! pallido, stanco, trafelato! Veniva a
piedi da Catania perché l'omnibus era partito prima di lui, e non aveva
potuto trovare altra carrozza che volesse fare il viaggio a quell'ora. Suo padre
era tornato con lui, lo baciava. Sua madre ed Annetta se lo tenevano fra le
braccia. Tutti lo festeggiavano; tutti piangevano di giubilo. Egli mi avrà
creduta egoista e cattiva, perché io corsi a rinchiudermi nel mio camerino,
a piangere, a ridere, a singhiozzare liberamente, ad abbracciare i piedi del
crocifisso, i mobili, le pareti!
Mio Dio! C'è un essere più infelice di me sulla terra?
Dacché cotesta tentazione si è impossessata di me, io non mi riconosco
più. I miei occhi vedono più chiaro, la mia mente scopre misteri
che per me avrebbero dovuto rimaner ignorati per sempre; il mio cuore prova
sentimenti nuovi, che non avrebbe mai provato, che non avrebbe dovuto provare
giammai: è felice, si sente più vicino a Dio, piange, si trova
piccolo, isolato, debole. Tutto questo è spaventoso! Aggiungi minuzie
insignificanti che diventano torture: uno sguardo, un gesto, un'inflessione
di voce, un passo; - ch'egli segga a quel posto invece che a quell'altro; -
ch'egli parli a quella persona piuttosto che a quell'altra. Tu non mi comprenderai;
tu mi crederai folle!... Mio Dio! se lo fossi, come sarei felice! È un
dubbio continuo, un'ansia, uno sgomento, una dolcezza indicibile. Aggiungi a
tutto questo il pensiero della mia condizione, il rimorso del peccato, l'impotenza
di lottare contro un sentimento ch'è più forte di me, che mi ha
invaso, mi logora, mi vince, e mi rende felice soggiogandomi... la desolazione
di trovarmi umile, di trovarmi quella sono... io sono meno di una donna, io
sono una povera monaca, un cuor meschino per tutto quello che oltrepassa i limiti
del chiostro, e l'immensità di quest'orizzonte che le si schiude improvvisamente
dinanzi l'acceca, la sbalordisce... Io domando a me stessa se questo amore,
questo peccato, questa mostruosità non è parte di Dio!... Vorrei
esser bella come ciò che sento dentro di me; getto uno sguardo su di
me, sorpresa io stessa di cotesta curiosità insolita, e mi rattristo
non trovando in me che un fagotto di saja nera, dei capelli tirati sgarbatamente
all'indietro, maniere rozze, timidità che potrebbe sembrare goffaggine...
e mi veggo accanto altre ragazze eleganti, graziose, che non fanno peccato se
amano come me... Arrossisco di me stessa, arrossisco del mio rossore... E poi...
non ti ho ancora detto tutto! c'è un'altra croce; c'è il timore
che cotesto segreto che mi chiudo gelosamente in seno venga scoperto! Aver paura
del tuo rossore, del tuo pallore, del tremito della tua voce, del battito del
tuo cuore! Sembrarti che tutta te stessa ti accusi, che tutti stiano a spiarti...
e sentirti presso a morir di vergogna se questa disgrazia accadesse! Arrossisco
di quello che sto scrivendo, di quello che tu leggerai... tu che sei parte di
me!... e me l'impongo come una specie di penitenza... L'amo così pazzamente
e morirei di vergogna s'egli lo sapesse! Vorrei gettargli le braccia al collo,
e non oserei dargli la mano per tutto l'oro del mondo!... e se mi guarda chino
gli occhi... E pensare intanto che mio padre... mia matrigna, che lui! potrebbero
leggermi in cuore!...
Mio Dio! fatemi morire prima...
E se ti dicessi che questo mio timore non è assolutamente infondato?...
che la mia matrigna stamane mi chiamò, e fissandomi di un'occhiata che
sembrava mi penetrasse sino al cuore mi disse: "Tu sei troppo pallida e
agitata da qualche tempo in qua: che hai?". Io tremava, balbettavo non
so che cosa, ma non sapevo che dire. Ella ripigliò con quella stessa
cera che mi faceva male: "Da qualche giorno mi sono accorta che c'è
in te un gran cambiamento. Ragazza mia, se l'aria della campagna ti male, tuo
padre non insisterà a tenerti qui, e ti permetterà di ritornare
al tuo convento". Ed accompagnò queste parole con tale sguardo e
tal suono di voce che parevami dicesse: "So tutto; conosco il tuo segreto!".
Mi sentivo morire. Fortuna che mi trovavo seduta, perché altrimenti sarei
caduta a terra, ed ella non si avvide che gli occhi mi si riempivano di lagrime,
perché in quel momento entrò Giuditta tutta allegra. Oh, la mia
povera mamma! che dorme laggiù nel Camposanto!... Come mi si sarei buttata
fra le sue braccia, e le avrei domandato perdono sfogandomi in lagrime!
Giuditta le disse: "Mamma, sai? I signori Valentini c'invitano ad andare
con loro alla casina dei Bertoni che son nostri vicini di campagna. Si ballerà,
capisci! Sii buonina, via, mamma! Andiamoci... Che piacere sarà un ballo
qui in campagna!". E quella cara Giuditta l'accarezzava con tanta grazia,
che sua madre raddolcì immediatamente quell'aria severa. La baciò
sorridendo e le disse una sola parola: "Pazzerella!".
Oh! benedetto il santo affetto di una madre che si rivela tutto in una parola
o in una carezza! Benedetta la felicità dei nostri cari! Mi parvero sì
belle entrambe in quel momento della benedizione che il Cielo pioveva su di
loro, che pregai Iddio per tutti coloro che ne son privi al pari di me.
Giuditta corse ad abbigliarsi saltellando e cantarellando, e mi chiamò
perché la pettinassi. Ella ha magnifiche treccie castagne; e tutti i
giorni, quando le sciolgo i capelli per pettinarla, penso al gran peccato che
sarebbe se fossero condannati ad essere recisi come i miei. Però quel
giorno ero così turbata che non riuscivo a nulla di bene. Feci e disfeci
venti volte le sue treccie, e ogni volta non ne rimaneva soddisfatta e le disfaceva
con stizza. "Mio Dio!" esclamò. "Sembra che oggi tu lo
faccia apposta!" "Perdonami, sorella!" le dissi "non ci
ho colpa io!" "No, è che probabilmente ti annoi a pettinarmi."
"Oh, che dici mai, Giuditta! No, te lo giuro! Io faccio del mio meglio",
risposi piangendo... Ella è buona infine, la mia cara sorella. Mi guardò
sorpresa, si strinse nelle spalle, mi tolse il pettine dalle mani e mi disse:
"Via, non c'è poi ragion di piangere. Farò da me.".
Volevo abbracciarla, volevo baciarla per domandarle perdono, per sfogare quel
groppo amaro che mi sentivo qui, nel cuore. Come sono sciocca ed uggiosa! era
già tardi, non si aspettava che lei; ella ebbe ragione d'impazientirsi
e di dirmi: "Ma, Dio mio! lasciami pettinare da me almeno!". Allora
sono uscita asciugandomi gli occhi. Annetta m'incontrò sulla soglia e
mi disse: "Ebbene, che fai? Non vieni anche tu?". "Che cosa vi
salta mai in mente?" esclamò mia matrigna. "Una educanda!...
Non ci mancherebbe altro!" Nino teneva gli occhi fissi su di me e non parlava;
io lo vedevo, quantunque non lo guardassi. Frattanto sopraggiunse mio padre
e si informò del motivo dei preparativi e di tutta quella festa. "E
tu?" mi domandò poscia. "Io rimarrò in casa, babbo."
"Ma no; puoi venire anche tu; siamo in campagna." "Babbo mio;
amo meglio rimanere in casa." "Rimarrò io con te allora."
(Caro babbo! quello che sì che mi ama!) "Che? e che ci accompagnerà?"
disse sua moglie. "Potreste andare in compagnia dei nostri amici."
"Ma non sta bene, per la prima volta che andiamo da persone che non ci
conoscono. Maria potrà benissimo rimanere in compagnia della fante e
della castalda." Ci fu ancora qualche diverbio; ma poi il babbo finì
coll'accondiscendere alla volontà di sua moglie; poiché tu sai
che il mio povero babbo non la contraddice mai per amor della pace.
Amica mia, ti confesso che per la prima volta in vita mia provai il dispiacere
di essere esclusa io sola da un divertimento per cui tutti anticipatamente erano
così allegri... E poi... vuoi saperlo? Ho provato un nuovo dolore...
pensando che egli avrebbe veduto tante altre belle signorine, che avrebbe anche
ballato con quelle!... Pensando a queste cose... il cuore mi si è riempito
tutto di lagrime...
Ora son sola. Li ho visti partire, allegri, cantando. Egli solo pareva triste.
Mi guardava come se avesse voluto domandarmi cento cose. Egli dava il braccio
a mio sorella... Come era bella Giuditta col suo bell'abito cilestre, appoggiata
al braccio di lui, ridendo chiacchierando con lui!
Io li ho accompagnati cogli occhi sinché svoltarono la viottola e scomparvero
dietro la siepe di biancospino che sorpassa il muricciuolo della vigna. Poi
ho udito ancora per qualche tempo le loro voci, le loro allegria che mi faceva
male... Oh! Dio mio! come sono invidiosa! come sono cattiva!... Ho dovuto pensare
a lui per singhiozzare; ho dovuto ricordarmi dello sguardo che fissava su di
me per non invidiarli... Sono rimasta sola... Le stelle cominciavano a scintillare.
Era una bella sera dell'autunno che si mantiene ancora dolce e tiepido. La castalda
ha acceso il fuoco per la minestra e si è tolto in collo il suo bimbo.
Il marito è ritornato dalle vigne, ha deposto lo schioppo accanto alla
porta e si è messo a giocherellare col suo figliuoletto che si tiene
fra le ginocchia. Tutto è calma, pace, serenità. Io sola sono
inquieta, triste, infelice.
Ti scrivo tutto quello che mi passa pel cuore, e allorché le lagrime
non mi lasciano più vedere quello che scrivo, guardo il cielo stellato
e l'ombra degli alberi dalla mia finestra; penso a quella festa, e a tutta quella
gente allegra, che si diverte, che è vicino a lui!... penso a lui!...
E allora non posso più scrivere, non ho pensieri che per lui solo; bisogna
che lo vegga almeno cogli occhi della mente, mentre egli laggiù balla
e ride con un'altra... e ti dico addio...
21 Novembre
Marianna! Marianna!
piangi con me! ridi con me! abbracciami! Egli mi ama! nol sai?... mi ama! intendi?...
non posso dirti dippiù! Tu comprenderai tutto quello che vogliono dire
queste due sole parole: mi ama!
Ieri a sera, ti rammenti? ero con quella triste lettera dinanzi agli occhi,
coi gomiti appoggiati al tavolino. Le lagrime cadevano chete chete sulla carta,
e senza che me ne avvedessi cassavano quello che avevo scritto. Tutt'a un tratto
si udì rumore al di fuori... il rumore di un passo!... Sapresti dirmi
perché il rumore di taluni passi si senta col cuore come se il cuore
udisse? e perché scuota tutti i nervi, e faccia gelare tutto il sangue?...
Levai gli occhi... la finestra era aperta, e dietro la finestra c'era un'ombra,
una voce che mi chiamava sommessamente... Lui! intendi?... Lui!... Se non gridai
si fu perché mi mancò il respiro. "Perdonatemi, signorina,"
mi diceva egli "perdonatemi" non diceva altro. Io non osava guardarlo:
ma quelle parole mi scendevano al cuore dolci come il miele. "Vostra madre
è ingiusta e cattiva con voi. Tutti laggiù si divertono, ed io
ho pensato a voi ch'eravate qui sola... Ho fatto male;" aggiunse dopo una
breve pausa, durante la quale avrà udito i battiti del mio cuore; "mi
perdonerete?" Allora levai gli occhi su di lui e lo vidi coi gomiti appoggiati
sul davanzale e il mento sulle mani come l'avevo visto altra volta. Egli aveva
pensato a me e la sua voce tremava! "Signore!..." gli dissi, "signore!..."
e non sapevo dire altro. Allora egli si mise a sospirare così che sospirai
anch'io, ed egli mi disse: "Ascoltatemi, Maria..." e non diceva altro,
e si passava la mano sugli occhi, pareva che balbettasse, lui, un uomo! io tremai
tutta come se quel nome mi penetrasse da tutti i pori della viva carne. Mi diceva
Maria!... capisci?... Perché mi faceva quell'effetto il sentirmi a chiamare
per nome? "Ascoltatemi", ripigliò; "voi siete una vittima."
"Oh! no, signore!" "Sì, voi siete la vittima della vostra
posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre,
del destino!" "No, signore, no!" "Perché dunque siete
costretta a farvi monaca?" "Nessuno mi ha costretta, signore... è
stata la mia libera volontà..." "Ah!" ed egli sospirò
di nuovo, anzi mi parve che si asciugasse gli occhi. Io non potevo vederlo distintamente
perché egli stava al buio, nel vano della finestra, e le lagrime mi velavano
gli occhi. "La necessità", ripresi. Egli non disse nulla. Poi
dopo alcuni istanti di silenzio mi domandò, ma la sua voce era rauca:
"E rientrerete in convento?". Esitai, ma risposi: "Sì".
Egli tacque di nuovo. Non disse più nulla. Allora aspettai, aspettai
lungamente ch'egli mi dicesse qualche cosa; mi asciugai gli occhi per vedere
se fosse partito: era ancora lì, allo stesso luogo, nella stessa positura,
soltanto aveva il viso celato fra le mani. Ciò mi diede animo e feci
un passo per scostarmi dalla candela che mi infastidiva... Tu sai quanto sia
angusto il mio camerino; in un passo si arriva alla finestra... Egli mi udì,
alzò il capo e vidi che piangeva. Mi stese la mano senza dire una parola.
Ci fu un istante che non vidi più nulla né con la mente né
cogli occhi e mi trovai colle mani nelle sue. "Maria" mi diceva, "perché
andrete in convento?" "Lo so io, forse? È necessario, nacqui
monaca." "Voi mi lascerete adunque?..." e piangeva in silenzio
come un fanciullo, senza aver l'orgoglio che hanno gli altri uomini di nascondere
le lagrime. Credo che piangessi anch'io perché mi trovai le gote tutte
bagnate, ed anche le mani... ma le mani potevano esser umide delle lagrime di
lui che vi sentivo cadere sopra a goccia a goccia... anzi quando fui sola e
chiusa nella mia cameretta... rimproverami, sgridami se vuoi... ma io baciai
le mie mani ancora umide...
Rimanemmo molto tempo così in silenzio. Egli diceva soltanto: "Quanto
son felice!". "Anch'io!" risposi quasi senza avvedermene. Vedi,
Marianna, piangevamo e dicevamo d'esser felici! Ma ancora non ci eravamo detto
che ci amavamo. Avevo il cuore inondato di tanta dolcezza che non pensavo più
a nulla, e non mi vergognavo più di star con un uomo... con lui... sola
di notte! Non parlavamo, non ci guardavamo... Tenevamo gli occhi fissi nel cielo,
e mi pareva che le anime nostre si parlassero attraverso l'epidermide delle
nostre mani e si abbracciassero nei nostri sguardi che s'incontravano nelle
stelle.
Marianna! Questa parte di Dio ch'è stata data alla creatura deve essere
ben grande se innanzi ad essa tutto è meschino, il peccato come il delitto,
i doveri come le affezioni più care... Se essa può fare un paradiso
di una sola parola!...
Ora ti lascio. Ho il cuore troppo pieno per pensare ad altro. Scrivendoti ho
provato ancora le stesse emozioni... Ora ho bisogno di rimaner sola, di sognare
e di pensare di esser felice...
26 Novembre
Quanto siamo meschini,
amica mia, se non possiamo essere giudici della nostra istessa felicità.
Ti ho scritto una lettera che oggi è un'amara ironia, che non posso leggere
senza piangere. Ascolta. Eravamo lì, alla finestra, silenziosi, felici,
sognando. Tutt'a un tratto si udì rumore; Vigilante abbaiava. Si udì
la voce di mio padre e quella di Gigi. Mi trassi indietro bruscamente, e chiusi
la finestra. Tremavo tutta come se avessi commesso un gran fallo. Il babbo mi
trovò a letto, avevo la febbre e mi durò tutta la notte. Giuditta
non venne; la sentivo parlare nell'altra stanza; sembrava irritata e di assai
cattivo umore. Il giorno dopo mi levai così pallida che il babbo voleva
mandare pel medico. Più tardi la mamma mi chiamò nella sua stanza
e al solo guardarla in viso mi sentii piegar le ginocchia. Ella mi parlò
lungamente de' suoi doveri, dei miei, della mia vocazione, della necessità
impostami dalla mia povertà di dar retta a quella vocazione. Mi parlò
dei pericoli che una ragazza destinata al chiostro può incontrare anche
nelle più semplici relazioni, e finì coll'ordinarmi che per l'avvenire,
quando giungeranno estranei in casa nostra, fossero anche i signori Valentini,
io dovrò restarmene chiusa nel mio camerino.
Mio Dio! come sopportai la tortura di quelle ammonizioni?... sembrava che ella
si divertisse a punzecchiarmi a colpi di spillo, ad accusarmi in enigma di mille
torti, e non mi fece neanche intendere se avesse scoperto oppure no che Nino
aveva lasciato il ballo per venirmi a trovare.
Più di una volta, mentre ella parlava, mi sentii sul punto di svenire;
ma ella non si avvide del mio pallore, del mio tremito, non si avvide che dovetti
afferrarmi alla spalliera di una seggiola perché non mi reggevo più.
Se si fosse accorta del mio stato, ne avrebbe avuto pietà certamente,
e mi avrebbe risparmiato quel supplizio. Quando potei rimaner sola andai a mettermi
a letto; la febbre mi aveva riassalita; mi sentivo malata e avrei voluto morire.
Giuditta non venne neanche allora. Mi teneva il broncio!... Che le ho fatto,
mio Dio?... Mi pareva di essere come quei delinquenti che tutti sfuggono e che
nessuno ardisce avvicinare... Arrossivo di quella finestra che stava lì,
di faccia al mio letto, come un'inflessibile accusatrice. Quella solitudine,
quell'abbandono mi facevano male; verso sera chiamai mia sorella, avevo bisogno
di vederla, di essere confortata. Anche il mio caro babbo mi sembrava più
serio del solito. Giuditta venne infine, ma mi sembrò assai fredda. Mi
gettai nelle sue braccia, e mi parve che quel pianto che mi faceva tanto bene
l'irritasse.
Ora son sola. Mi pare che tutti mi fuggano; sono odiosa a me stessa. Hanno ragione,
sono molto colpevole! Dio solo può perdonarmi: Dio verso di cui ho peccato
amando una sua creatura più di Lui... Agucchio, agucchio, gli intieri
giorni presso la finestra di cui le tende sono accuratamente chiuse, e piango
quando ho la felicità di non esser veduta e di potermi sfogare... e gli
occhi mi abbruciano... Il cielo è nuvoloso, i campi son desolati, il
mormorio del bosco mi fa paura; gli uccelli non cantano più... soltanto
qualche volta, laggiù l'assiuolo piange... Me ne sto delle ore intiere
colle mani incrociate sulle ginocchia a guardare attraverso i vetri della finestra
quei grossi nuvoloni bigi che corrono verso il ponente, e le cime di quegli
alberi che si agitano lentamente e scuotono le loro foglie morte. È l'inverno
della natura che sopraggiunge, com'è sopraggiunto l'inverno dell'anima!
Il mio Carino è fuggito, poverino! l'ho trascurato tanto! ed è
andato a recare altrove la sua allegria e il suo vispo cinguettare, perché
l'atmosfera in cui vivo è malinconica assai. Vigilante solo viene di
tanto in tanto a cercarmi, mi domanda un sorriso, vuole le mie carezza, si avanza
pian pianino, come esitante, domandandomi coi suoi begli occhi se è indiscreto,
poi si arresta indeciso, e dimena la coda, e si lecca il muso, tutte cose che
vogliono dire: "Perdonami la mia insistenza;" e viene a posarmi la
testa sui ginocchi per dirmi che mi vuol bene ancora, e allorché si allontana
è triste, ma dimena ancora la coda e si ferma sull'uscio per dirmi addio.
Tutto il giorno odo nelle altre stanze la voce dei signori Valentini che sono
a discorrere insieme ai miei. Due o tre volte ho udito una voce che mi ha penetrato
nel cuore... la sua!
Lui! lui! sempre lui! sempre cotesta spina fitta nel cuore, questa tentazione
nella mente, questa febbre nel sangue! lui sempre fisso dinanzi agli occhi,
lì, presso quella finestra, col volto fra le mani!... Il suono di quella
voce sempre nelle orecchie, le mani sempre umide di quel pianto!... Dio mio!
Dio mio!
Ho udito qualche volta un passo dietro la mia finestra, e il cuore m'è
sembrato scapparmi dal petto. Provo delle vertigini, degli smarrimenti, dei
deliri. Non posso più piangere, non posso più dormire, non posso
pregare!... Oh! Marianna mia!...
Che penserà egli di me non vedendomi più? Saprà che mi
è stato proibito?... mi maledirà forse?... sarà in collera?...
mi dimenticherà?... Vedi quanto son caduta al basso! Prego Iddio di farmelo
dimenticare e mi pare d'impazzire al solo pensiero che egli possa dimenticarsi
di me! Qualche volta, all'alba, quando sono ben sicura che nessuno potrebbe
sorprendermi, apro pian pianino la finestra per vedere laggiù in fondo
alla valle, la casa dove egli abita, dove egli dorme forse a quell'ora, per
vedere il suo tetto, la sua finestra, quel vaso di gelsomini,quella vite che
ombreggia la sua porta... Poi cerco d'indovinare il punto del davanzale dove
egli appoggerà i gomiti allorché aprirà la finestra, la
zolla dove egli poserà la prima pedata, la traccia che seguirà
nell'aria il suo primo sguardo che cercherà la mia finestra... perché
il cuore mi dice che il suo sguardo sarà per la mia finestra, e che egli
saprà che io sono stata qui a vederlo dormire, a pensare a lui. Sempre
a lui! nei sogni, prima d'addormentarmi, al primo svegliarmi, nella preghiera!
Oh! Marianna! prega per questa povera peccatrice che è più debole
del suo peccato; mandami l'abitino della Madonna del Carmine che fu benedetto
a Roma; mandami il tuo libriccino di preghiere. Voglio pensare a Dio; voglio
pregare la Madonna che mi protegga, che mi nasconda sotto il suo manto misericordioso
agli occhi del mondo, a me stessa, alla mia vergogna, alla mia colpa, al castigo
di Dio!...
20 Dicembre
Sono stata malata,
amica mia, molto malata, ecco perché non ti ho più scritto. Ci
furono dei giorni in cui tutti piangevano, ed io ringraziavo Iddio che mi dava
la pace dello sfinimento. Ho visto tutti quei volti pallidi intorno al mio letto,
tutte quelle lagrime che si dissimulavano con un sorriso ancora più doloroso...
ed i miei occhi vedevano come in sogno e guardavano tranquillamente... ho visto
tutti i miei cari, tutti... lui solo no!... gli avranno proibito di venire;
eppure, colla squisita sensibilità degli infermi, io sentivo ch'egli
era lì, dietro quella finestra, a piangere, a pregare... ed i miei occhi
stanchi della vita si affissavano su quei vetri da dove un raggio di sole invernale
veniva a posarsi sul mio letto. Non saprei esprimerti quello che provavo dentro
di me; mi sentivo più calma, più leggera, in un'atmosfera di pace
e di serenità; pensavo sempre a lui, ma con tale tranquilla dolcezza
che mi pareva essere fra gli angeli, ed uno di questi che si chiamava Nino mi
avesse preso per mano, mi chiamasse per nome, e guardassimo entrambi le stelle
come in quella notte.
Fa freddo, piove, sai com'è triste il rumore di quella pioggia che batte
sui vetri della finestra! Gli uccelletti vengono tremando a cercar rifugio sotto
la gronda; il vento sibila nel castagneto; all'infuori di quel rumore, ch'è
malinconico, tutto è silenzio. Stamattina mi son levata da letto per
la prima volta, barcollante, rifinita di forze. Se vedessi come ti scrivo!...
appoggiata ad un monte di guanciali, arrestandomi ogni momento per riprender
lena, per asciugare il sudore della mia fronte... eppure fa freddo, vedi! La
testa mi pesa, la mano mi trema, il pensiero è confuso, vacillante. Mi
hanno detto che sei venuta a trovarmi... Non me ne rammento, Marianna mia! sarà
stato in uno di quei giorni che non avevo coscienza di quello che si faceva
vicino a me. Questo piccolo stanzino ove ho tanto sofferto, quel lettuccio,
quel crocifisso, quei mobili mi pare che sieno diventati parte di me. Ho passato
tante lunghe ore nella malinconica inerzia della convalescenza fantasticando
non so che, a guardare tutti gli oggetti della mia cameretta; ché la
forma dei mobili, e la fisionomia, direi, delle pareti mi son care. Ora i medici
dicono che sto meglio, Dio sia lodato! Poiché bisogna sempre lodarlo
in quello che Egli fa, il buon Dio!... Mio padre, Giuditta, Gigi, tu e Annetta
ne sarete tutti contenti... e lui! anche lui...
Com'è dolce ritornare alla vita dopo essere stati sul punto di abbandonarla!
Non fosse altro che per vedere tutti quei volti ridenti, per ricevere tutte
quelle carezze, per sentirsi amati, per guardare il cielo, per sentire il vento,
la pioggia, il pigolare degli uccelletti che hanno freddo. Tutto sembra nuovo
e bello; sembra che la mente stanca si risvegli, e a misura che il pensiero
corre ad una cosa cara si prova una grata sorpresa di trovarla più viva.
Si ama tutto, si benedice Iddio! Tutti mi prendono la mano che è scarna
e pallida, la stringono, la baciano... lui solo no! lui solo!...
Mi sono alzata vacillante, appoggiandomi ai mobili, ed ho aperto la finestra.
Mio Dio! com'è incantevole tutto quello che veggo, malgrado che faccia
freddo, e il suolo sia coperto di neve e gli alberi non abbiano foglie, e il
cielo sia nero! Ho veduto laggiù quella casetta, dopo tanto tempo! quella
vite quel davanzale, quella porta... il gelsomino non c'è più,
la vite è sfrondata, le porte sono chiuse, tutto ha un'aria di tristezza,
eppure mi è parso il paradiso... Mi è sembrato veder socchiudere
la finestra... Mio Dio!... ho gli occhi così deboli!... Ho veduto un'ombra
nel vano delle imposte... Lui!... lui! è lui! mi ha veduta!... mi attendeva!
Oh! Dio! Dio! è lui, Marianna! non lo vedi? è lui!
26 Dicembre
Finalmente il
medico mi ha permesso [di] affacciarmi alla porta in sul mezzogiorno, quando
il tempo sarà bello. Dicono che ho bisogno di tanti riguardi perché
la mia salute è delicata. Anche mia madre, poverina!, era di salute delicata,
ed è morta giovane. Ieri fu il Natale, quella bella festa di Natale che
al convento ci passare una notte di canti e allegrezze, e la commovente messa
di mezzanotte... ti rammenti? I signori Valentini son venuti tutte le sere della
Novena a giuocare insieme ai miei parenti. Li ho uditi parlare e ridere nella
stanza da pranzo, ove era acceso un buon fuoco, cogli usci ben chiusi, e il
vento che mugolava al di fuori, e qualche volta anche la grandine che scrosciava
sui tetti. Come devono esser stati felici lì in crocchio, ben caldi,
ben riparati, mentre al di fuori faceva freddo e pioveva!
Oggi abbiamo solennizzato la festa con un buon pranzo, ma senza i signori Valentini...
per colpa mia, l'ho capito, per non farmi incontrare con lui. E la festa è
stata senza allegria in confronto del bel pranzo del giorno onomastico di mio
padre, te ne rammenti?
La mattina splendeva un bel sole. Sono uscita un momento dinanzi alla porta;
mi sopraccaricarono di scialli e di mantelli, e il babbo mi sorreggeva. Come
tutto era lieto e mi sorrideva! il cielo splendente di un azzurro purissimo,
il sole che indorava la neve di cui l'Etna era tutto coperto, e il mare ceruleo,
i campanili di quei villaggi che biancheggiavano fra gli alberi, quei campi
in cui il verde dell'erba contrastava col bianco della neve, quel bosco che
taceva perché non c'era vento e non aveva più foglie da lasciar
cadere, quella spianata ove abbiamo tanto ballato e giocherellato, quelle galline
che razzolavano sulla paglia, quella capannuccia che fumava della neve che squagliava
al sole, gli uccelletti che cinguettavano sul tetto, Vigilante disteso sulla
soglia che si scaldava al sole, la castalda che sciorinava i panni bagnati sui
rami del castagno spogli di fronde, e canterellava volgendo uno sguardo di ineffabile
contentezza materna ai suoi due bimbi che si trastullavano sulla porta.
Dio sia benedetto! Dio sia lodato della gioia, della felicità che accorda
all'uccello che canta, alla foglia che nasce, al rettile che si scalda, al sole
che brilla, alla madre che si tiene al seno il [suo] bimbo, alla povera anima
mia che esulta e lo ringrazia.
Come viene presto la notte d'inverno! avrei voluto star fuori lungamente a riempire
di quell'arietta frizzante il mio povero petto affaticato, e strascinarmi alla
meglio, appoggiata al braccio di mio padre, sino al limite di quel bel castagneto
ove ho passato tante ore felici! Avrei voluto assidermi su quel muricciolo che
il musco ha tappezzato di verde. Faceva freddo, il sole mi diceva addio, laggiù
nella vallata si levava una fitta nebbia, gli uccelli non cantavano più.
Come è mesto il silenzio del tramonto in inverno! Mio padre vole ch'io
rientrassi in casa, e che mi mettessi a letto mentre la più bella luna
del mondo faceva scintillare i vetri della finestra. Avrei desiderato che almeno
mi lasciassero quel bel lume di luna, ma chiusero anche le imposte. Son malata,
capisci? fa freddo... bisogna pure!...
La sera si aspettavano i signori Valentini a cena. Che bella sera è mai
quella del Natale! Anche qui, in questa solitudine, tutto ha un'aria di festa:
il contadino che arriva canterellando dalla pianura per fare il Natale colla
sua famigliuola, il fuoco che crepita sotto una buona caldaia, le villanelle
che ballano al suono della cornamusa. Ho visto in cucina i preparativi della
cena, la legna sul braciere, le candele e le carte da giuoco preparate sulla
tavola; sul tavolino presso la finestra un piatto di confetture ed alcune bottiglie
di rosolio. È tutto il lieto apparecchio di una veglia di Natale da passarsi
in famiglia. Ho contato le seggiole disposte attorno alla tavola, erano otto...
la mia non c'era più... Ho visto però il posto dove soleva assidermi
e la seggiola ch'egli occupava presso di me quando guardava le mie carte.
Ho pensato a tutte coteste cose stando in letto tutta sola, in quel piccolo
camerino ch'è oscuro, silenzioso, ed ha un aspetto melanconico. Avrei
voluto addormentarmi, avrei voluto non udire quei discorsi, quelle voci, quell'allegria
vicino a me... Ho passato la notte agitatissima senza poter chiudere occhio.
Credo che abbia ancora la febbre. Son così debole! Ho trattenuto il respiro
tutta la notte per ascoltare le parole di lui, per indovinare dal suono della
sua voce se egli fosse tristo o allegro. L'ho udito tre volte; una volta disse
"grazie", un'altra volta "tocca a me", l'ultima "signorina".
Se tu potessi immaginarti tutto quello che c'è in coteste parole! se
potessi esprimerlo!
Hanno giuocato sino alla mezzanotte. Io li ho udito da qui. Poi si son messi
a tavola... Ora sono stanca, la testa mi vacilla... Ti ho scritto per tenermi
desta... per fare qualche cosa anch'io...
Parliamo di te piuttosto... e tu hai fatto buon Natale? sei contenta? sei felice?
Voglio stordirmi; voglio far forza a me stessa questi ultimi giorni; voglio
vincere questa prova durissima. Dio ch'è misericordioso mi aiuterà!
Scrivimi, scrivimi. Fra breve forse ci rivedremo, e allora quante cose avrò
a dirti!