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Piccolo
mondo antico
di Antonio Fogazzaro |
A Luisa Venini Campioni
A Lei carissima Luisa, che tante persone e cose
del piccolo mondo valsoldese ebbe familiari;
a Lei, devota e fedele amica di due care anime
che ci aspettano nell'eternità, offro nel nome loro
e nel nome di un altro morto a Lei diletto
il libro che queste sacre memorie
e non queste sole, segretamente richiama.
Antonio Fogazzaro
PARTE PRIMA
1. Risotto e tartufi
Soffiava sul lago
una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli
scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore,
arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla
riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano qua e là, sino all'opposta
sponda austera del Dòi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù
a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una
stanchezza della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo
di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di cerimonia, col cappello a staio in
testa e la grossa mazza di bambù in mano, camminava nervoso per la riva,
guardava di qua, guardava di là, si fermava a picchiar forte la mazza
a terra, chiamando quell'asino di barcaiuolo che non compariva.
Il piccolo battello nero con i cuscini rossi, la tenda bianca e rossa, il sedile
posticcio di parata piantato a traverso, i remi pronti e incrociati a poppa,
si dibatteva, percosso dalle onde, fra due barconi carichi di carbone che oscillavano
appena.
«Pin!», gridava Pasotti sempre più arrabbiato. «Pin!»
Non rispondeva che l'eguale, assiduo tuonar delle onde sulla riva, il cozzar
delle barche fra loro. Non c'era, si sarebbe detto, un cane vivo in tutto Casarico.
Solo una vecchia voce flebile, una voce velata da ventriloquo, gemeva dalle
tenebre del portico:
«Andiamo a piedi! Andiamo a piedi!»
Finalmente il Pin comparve dalla parte di San Mamette.
«Oh là!», gli fece Pasotti alzando le braccia. Quegli si
mise a correre.
«Animale!», urlò Pasotti. «T'han posto un nome di cane
per qualche cosa!»
«Andiamo a piedi, Pasotti», gemeva la voce flebile. «Andiamo
a piedi!»
Pasotti tempestò ancora col barcaiuolo che staccava in fretta la catena
del suo battello da un anello infisso nella riva. Poi si voltò con una
faccia imperiosa verso il portico e accennò a qualcuno, piegando il mento,
di venire.
«Andiamo a piedi, Pasotti!», gemette ancora la voce.
Egli si strinse nelle spalle, fece con la mano un brusco atto di comando, e
discese verso il battello.
Allora comparve ad un'arcata del portico una vecchia signora, stretta la magra
persona in uno scialle d'India, sotto al quale usciva la gonna di seta nera,
chiusa la testa in un cappellino di città, sperticatamente alto, guernito
di rosette gialle e di pizzi neri. Due ricci neri le incorniciavano il viso
rugoso dove s'aprivano due grandi occhi dolci, annebbiati, una gran bocca ombreggiata
di leggeri baffi.
«Oh, Pin», diss'ella giungendo i guanti canarini e fermandosi sulla
riva a guardar pietosamente il barcaiuolo. «Dobbiamo proprio andare con
un lago di questa sorte?»
Suo marito le fece un altro gesto più imperioso, un'altra faccia più
brusca della prima. La povera donna sdrucciolò giù in silenzio
al battello e vi fu fatta salire, tutta tremante.
«Mi raccomando alla Madonna della Caravina, caro il mio Pin», diss'ella.
«Un lago così brutto!»
Il barcaiuolo negò del capo, sorridendo.
«A proposito», esclamò Pasotti «hai la vela?»
«Ce l'ho su in casa», rispose Pin. «Debbo andare a prenderla?
La signora qui avrà paura, forse. E poi, ecco là che vien l'acqua!»
«Va'!», fece Pasotti.
La signora, sorda come un battaglio di campana, non udì verbo di questo
colloquio, si meravigliò molto di veder Pin correr via e chiese a suo
marito dove andasse.
«La vela!», le gridò Pasotti sul viso.
Colei stava lì tutta china, a bocca spalancata, per raccogliere un po'
di voce, ma inutilmente.
«La vela!», ripeté l'altro, più forte, con le mani
accostate al viso.
Ella sospettò d'aver capito, trasalì di spavento, fece in aria
col dito un geroglifico interrogativo. Pasotti rispose tracciando pure in aria
un arco immaginario e soffiandovi dentro; poi affermò del capo, in silenzio.
Sua moglie, convulsa, si alzò per uscire.
«Vado fuori!», diss'ella angosciosamente. «Vado fuori! Vado
a piedi!»
Suo marito l'afferrò per un braccio, la trasse a sedere, le piantò
addosso due occhi di fuoco.
Intanto il barcaiuolo ritornò con la vela. La povera signora si contorceva,
sospirava, aveva le lagrime agli occhi, gittava alla riva delle occhiate pietose,
ma taceva. L'albero fu rizzato, i due capi inferiori della vela furono legati,
e la barca stava per prender il largo, quando un vocione mugghiò dal
portico:
«To', to', il signor Controllore!», e ne sbucò un pretone
rubicondo, con una pancia gloriosa, un gran cappello di paglia nera, il sigaro
in bocca e l'ombrello sotto il braccio.
«Oh, curatone!», esclamò Pasotti. «Bravo! È
di pranzo? Viene a Cressogno con noi?»
«Se mi toglie!», rispose il curato di Puria, scendendo verso il
battello. «To' to' che c'è anche la signora Barborin!»
Il faccione diventò amabile amabile, il vocione dolce dolce.
«Ha in corpo una paura d'inferno, povera diavola», ghignò
Pasotti, mentre il curato faceva degli inchinetti e dei sorrisetti alla signora,
cui quel minacciato soprappiù di peso metteva un nuovo terrore. Ella
si mise a gesticolare in silenzio come se gli altri fossero stati sordi peggio
di lei. Additava il lago, la vela, la mole del curato enorme, alzava gli occhi
al cielo, si metteva le mani sul cuore, se ne copriva il viso.
«Peso mica tanto», disse il curato, ridendo. «Tâs giò,
ti», soggiunse rivolto a Pin, che aveva sussurrato irriverentemente: «Ona
bella tenca».
«Sapete», esclamò Pasotti, «cosa faremo perché
le passi la paura? Pin, hai un tavolino e un mazzo di tarocchi?»
«Magari un po' unti», rispose Pin, «ma li ho.»
Ci volle del buono per far capire alla signora Barbara, detta comunemente Barborin,
di che si trattasse adesso. Non lo voleva intendere, neanche quando suo marito
le cacciò in mano, per forza, un mazzo di carte schifose.
Ma per ora non era possibile, giuocare. La barca avanzava faticosamente, a forza
di remi, verso la foce del fiume di S. Mamette, dove si sarebbe potuto alzar
la vela, e i cavalloni sbattuti indietro dalle rive si arruffavano con i sopravvegnenti,
facevano ballare il battello fra un bollimento di creste spumose. La signora
piangeva. Pasotti imprecava a Pin che non s'era tenuto bastantemente al largo.
Allora il curatone, afferrati due remi, ben piantata la gran persona in mezzo
al battello, si mise a lavorar di schiena, tanto che in quattro colpi si uscì
dal cattivo passo. La vela fu alzata, e il battello scivolò via liscio,
a seconda, con un sommesso gorgoglio sotto la chiglia, con ondular lento e blando.
Il prete sedette allora sorridente accanto alla signora Barborin che chiudeva
gli occhi e mormorava giaculatorie. Ma Pasotti batteva impaziente il mazzo dei
tarocchi sul tavolino e bisognò giuocare.
Intanto la pioggia grigia veniva avanti adagio adagio, velando le montagne,
soffocando la breva. La signora andava ripigliando fiato a misura che ne perdeva
il vento, giuocava rassegnata, pigliandosi in pace gli spropositi propri e le
sfuriate di suo marito. Quando la pioggia incominciò a mormorar sulla
tenda del battello e sull'onda morta che andava tutt'ora, quasi senz'aria, agli
scogli del Tentiòn; quando il barcaiuolo pensò bene di calar la
vela e di riprendere i remi, la signora Barborin respirò del tutto. «Caro
il mio Pin!», diss'ella teneramente; e si mise a giuocar a tarocchi con
uno zelo, con un brio, con una beatitudine in viso, che non si turbavano né
di spropositi né di strapazzate.
Molti giorni di breva e di pioggia, di sole e di tempeste sorsero e tramontarono
sul lago di Lugano, sui monti della Valsolda, dopo quella partita a tarocchi
giuocata dalla signora Pasotti, da suo marito, controllore delle dogane a riposo,
e dal curatone di Puria, nel battello che costeggiava lento, in mezzo ad una
nebbiolina di pioggia, le scogliere di S. Mamette e Cressogno. Quando rivedo
nella memoria qualche casupola nera che ora specchia nel lago le sue gale di
zotica arricchita, qualche gaia palazzina elegante che ora decade in un silenzioso
disordine; il vecchio gelso di Oria, il vecchio faggio della Madonnina, caduti
con le generazioni che li veneravano; tante figure umane piene di rancori che
si credevano eterni, di arguzie che parevano inesauribili, fedeli ad abitudini
di cui si sarebbe detto che solo un cataclisma universale potesse interromperle,
figure non meno familiari di quegli alberi alle generazioni passate, e scomparse
con essi, quel tempo mi pare lontano da noi molto più del vero, come
al barcaiuolo Pin, se si voltava a guardar il ponente, parevano lontani più
del vero, dietro la pioggia, il San Salvatore e i monti di Carona.
Era un tempo bigio e sonnolento, proprio come l'aspetto del cielo e del lago,
caduta la breva che aveva fatto tanta paura alla signora Pasotti. La gran breva
del 1848, dopo aver dato poche ore di sole e lottato un pezzo con le nuvole
pesanti, spenta da tre anni, lasciava piovere e piovere i giorni quieti, foschi,
silenziosi dove cammina questa mia umile storia.
I re e le regine di tarocchi, il Mondo, il Matto e il Bagatto erano in quel
tempo e in quel paese personaggi d'importanza, minute potenze tollerate benevolmente
nel seno del grande tacito impero d'Austria, dove le loro inimicizie, le loro
alleanze, le loro guerre erano il solo argomento politico di cui si potesse
liberamente discutere. Anche Pin, remando, ficcava avidamente sopra le carte
della signora Barborin il suo adunco naso curioso, e lo ritraeva a malincuore.
Una volta restò dal remare per tenervelo su e vedere come la povera donna
se la sarebbe cavata da un passo difficile, cosa avrebbe fatto di una certa
carta pericolosa a giuocare e pericolosa a tenere. Suo marito picchiava impaziente
sul tavolino, il curatone palpava con un sorriso beato le proprie carte, e lei
si stringeva le sue al petto, ridendo e gemendo, sbirciando ora l'uno ora l'altro
de' suoi compagni.
«Ha il Matto in mano», sussurrò il curato.
«Fa sempre così, lei, quando ha il Matto», disse Pasotti
e gridò picchiando:
«Giù questo Matto!».
«Io lo butto nel lago», diss'ella. Gittò un'occhiata a prora
e trovò lo scampo di osservare che si toccava Cressogno, ch'era tempo
di smettere.
Suo marito sbuffò alquanto, ma poi si rassegnò a infilare i guanti.
«Trota, oggi, curato», diss'egli mentre l'umile sposa glieli abbottonava.
«Tartufi bianchi, francolini e vin di Ghemme.»
«Lo sa, lo sa, lo sa?», esclamò il curato. «Lo so anch'io.
Me l'ha detto il cuoco, ieri, a Lugano. Che miracoli, eh, la signora marchesa!»
«Ma, miracoli? Pranzo di Sant'Orsola, intanto; e poi invito di signore:
le Carabelli madre e figlia; quelle Carabelli di Loveno, sa?»
«Ah sì?», fece il curato. «E ci sarebbe qualche progetto...?
Ecco là don Franco in barca. Ehi, che bandiera, il giovinotto! Non gliel'ho
mai vista.»
Pasotti alzò la tenda del battello, per vedere. Poco discosto una barca
dalla bandiera bianca e azzurra si cullava in un comune moto di saliscendi,
in una comune stanchezza con l'onda. A poppa, sotto la bandiera, v'era seduto
don Franco Maironi, l'abiatico della vecchia marchesa Orsola che dava il pranzo.
Pasotti lo vide alzarsi, dar di piglio ai remi e allontanarsi remando adagio,
verso l'alto lago, verso il golfo selvaggio del Dòi; la bandiera bianca
e azzurra si spiegava tutta, sventolava sulla scia.
«Dove va, quell'originale?», diss'egli. E brontolò fra i
denti, con una forzata raucedine da barabba milanese:
«Antipatico!»
«Dicono ch'è così di talento!», osservò il
prete.
«Testa pessima», sentenziò l'altro. «Molta boria, poco
sapere, nessuna civiltà.»
«È mezzo marcio», soggiunse. «Se fossi io quella signorina...»
«Quale?», chiese il curato.
«La Carabelli.»
«Tenga a mente, signor Controllore. Se i francolini e i tartufi bianchi
sono per la popòla Carabelli, son buttati via.»
«Sa qualche cosa, Lei?», disse piano Pasotti con una vampa di curiosità
negli occhi.
Il prete non rispose perché in quel punto la prora strisciò sulla
rena, toccò all'approdo. Egli uscì il primo; quindi Pasotti diede
a sua moglie, con una rapida mimica imperiosa, non so quali istruzioni, e uscì
anche lui. La povera donna venne fuori per l'ultima, tutta rinfagottata nel
suo scialle d'India, tutta curva sotto il cappellone nero dalle rosette gialle,
barcollando, mettendo avanti le grosse mani dai guanti canarini. I due ricci
pendenti a lato della sua mansueta bruttezza avevano un particolare accento
di rassegnazione sotto l'ombrello del marito, proprietario, ispettore e geloso
custode di tante eleganze.
I tre salirono al portico col quale la villetta Maironi cavalca, da ponente,
la via dell'approdo alla chiesa parrocchiale di Cressogno. Il curato e Pasotti
fiutavano, tra un sospiro di dolcezza e l'altro, certo indistinto odore caldo
che vaporava dal vestibolo aperto della villa.
«Ehi, risotto, risotto», sussurrò il prete con un lume di
cupidigia in faccia.
Pasotti, naso fine, scosse il capo aggrottando le ciglia, con manifesto disprezzo
di quell'altro naso.
«Risotto no», diss'egli.
«Come, risotto no?», esclamò il prete, piccato. «Risotto
sì. Risotto ai tartufi; non sente?»
Si fermarono ambedue a mezzo il vestibolo, fiutando l'aria come bracchi, rumorosamente.
«Lei, caro il mio curato, mi faccia il piacere di parlare di posciandra»,
disse Pasotti dopo una lunga pausa, alludendo a certa rozza pietanza paesana
di cavoli e salsicce. «Tartufi si, risotto no.»
«Posciandra, posciandra», borbottò l'altro, un poco offeso.
«Quanto a quello...»
La povera mansueta signora capì che litigavano, si spaventò e
si mise a cacciar puntate al soffitto coll'indice destro, per significare che
lassù potevano udire. Suo marito le afferrò la mano in aria, le
accennò di fiutare e poi le soffiò nella bocca spalancata: «Risotto!»
Lei esitava, non avendo udito bene. Pasotti si strinse nelle spalle. «Non
capisce un accidente», diss'egli: «il tempo cambia»; e salì
la scala seguito da sua moglie. Il grosso curato volle dare un'altra occhiata
alla barca di don Franco. «Altro che Carabelli!», pensò;
e fu richiamato subito dalla signora Barborin che gli raccomandò di metterlesi
vicino a tavola. Aveva tanta soggezione, povera creatura!
I fumi delle casseruole empivano anche la scala di tepide fragranze. «Risotto
no», disse piano l'avanguardia. «Risotto sì», rispose
sullo stesso tono la retroguardia. E così continuarono, sempre più
piano, «risotto sì», «risotto no» fino a che
Pasotti spinse l'uscio della sala rossa, abituale soggiorno della padrona di
casa.
Un brutto cagnolino smilzo trottò abbaiando incontro alla signora Barborin
che cercava di sorridere mentre Pasotti metteva la sua faccia più ossequiosa
e il curato, entrando ultimo con un faccione dolce dolce, mandava in cuor suo
all'inferno la maledetta bestia.
«Friend! Qua! Friend!», disse placidamente la vecchia marchesa.
«Cara signora, caro Controllore, curato.»
La grossa voce nasale parlava con la stessa flemma, con lo stesso tono agli
ospiti e al cane. S'era alzata per la signora Barborin ma senza fare un passo
dal canapè, e stava lì in piedi, una tozza figura dagli occhi
spenti e tardi sotto la fronte marmorea e la parrucca nera che le si arrotondava
in due grossi lumaconi sulle tempie. Il viso doveva essere stato bello un tempo
e serbava, nel suo pallore giallastro di marmo antico, certa maestà fredda
che non mutava mai, come lo sguardo come la voce, per qualsiasi moto dell'animo.
Il curatone le fece due o tre inchini a scatto, stando alla larga, ma Pasotti
le baciò la mano, e la signora Barborin, sentendosi gelare sotto quello
sguardo morto, non sapeva come muoversi né che dire. Un'altra signora
si era alzata dal canapè all'alzarsi della marchesa e stava guardando
con sussiego la Pasotti, quel povero mucchietto di roba vecchia rinfagottato
di roba nuova. «La signora Pasotti e suo marito», disse la marchesa.
«Donna Eugenia Carabelli.»
Donna Eugenia piegò appena il capo. Sua figlia, donna Carolina, stava
in piedi presso la finestra discorrendo con una favorita della marchesa, nipote
del suo fattore.
La marchesa non stimò necessario d'incomodarla per presentarle i nuovi
venuti e, fattili sedere, riprese una pacata conversazione con donna Eugenia
sulle loro comuni conoscenze milanesi, mentre Friend faceva, fiutando e starnutendo,
il giro dello scialle canforato della Pasotti, si strofinava sui polpacci del
curato e guardava Pasotti con i suoi occhietti umidi e afflitti, senza toccarlo,
come se intendesse che il padrone dello scialle indiano, malgrado la sua faccia
amabile, gli avrebbe torto il collo volentieri.
La marchesa Orsola teneva in moto la sua solita grossa voce sonnolenta e la
Carabelli si studiava, rispondendo, di rendere amabile la sua grossa voce imperiosa,
ma non sfuggì agli occhi penetranti e al maligno ingegno di Pasotti che
le due vecchie dame dissimulavano, la Maironi più e la Carabelli meno,
un comune malcontento. Ciascuna volta che l'uscio si apriva, gli occhi spenti
dell'uno e gli occhi foschi dell'altra si volgevano là. Una volta entrò
il prefetto del Santuario della Caravina col piccolo signor Paolo Sala detto
«el Paolin» e col grosso signor Paolo Pozzi detto «el Paolon»,
compagni indivisibili. Un'altra volta entrò il marchese Bianchi, di Oria,
antico ufficiale del regno d'Italia, con la sua figliuola, una nobile figura
di vecchio cavalleresco soldato accanto a una seducente figura di fanciulla
briosa.
Sì la prima che la seconda volta un'ombra di corruccio passò sul
viso della Carabelli. Anche la figlia di costei girava pronta gli occhi all'uscio,
quando si apriva, ma poi chiacchierava e rideva più di prima.
«E don Franco, marchesa? Come sta don Franco?», disse il maligno
Pasotti, con voce melliflua, porgendo alla marchesa la tabacchiera aperta.
«Grazie tante», rispose la marchesa piegandosi un poco e ficcando
due grosse dita nel tabacco: «Franco? a dirle la verità sono un
poco in angustia. Stamattina non si sentiva bene e adesso non lo vedo. Non vorrei...»
«Don Franco?», disse il marchese. «È in barca. L'abbiamo
visto un momento fa che remava come un barcaiuolo.»
Donna Eugenia spiegò il ventaglio.
«Bravo!», diss'ella facendosi vento in fretta e in furia. «È
un bellissimo divertimento.»
Chiuse il ventaglio d'un colpo e si mise a mordicchiarlo con le labbra.
«Avrà avuto bisogno di prender aria», osservò la marchesa
nel suo naso imperturbabile.
«Avrà avuto bisogno di prender acqua», mormorò il
prefetto della Caravina con gli occhi scintillanti di malizia. «Piove!»
«Don Franco viene adesso, signora marchesa», disse la nipote del
fattore dopo aver dato un'occhiata al lago.
«Va bene», rispose il naso sonnacchioso. «Spero che stia meglio,
altrimenti non dirà due parole. Un ragazzo sanissimo ma apprensivo. Senta,
Controllore; e il signor Giacomo? Perché non si vede?»
«El sior Zacomo», incominciò Pasotti canzonando il signor
Giacomo Puttini, un vecchio celibatario veneto che dimorava da trent'anni in
Albogasio Superiore, presso la villa Pasotti. «El sior Zacomo...»
«Adagio», lo interruppe la dama. «Non le permetto di burlarsi
dei veneti, e poi non è vero che nel Veneto si dica Zacomo.»
Ella era nata a Padova, e benché abitasse a Brescia da quasi mezzo secolo,
il suo dire lombardo era ancora infetto da certe croniche patavinità.
Mentre Pasotti protestava, con cerimonioso orrore, di aver solamente inteso
imitar la voce dell'ottimo suo vicino ed amico, l'uscio si aperse una terza
volta. Donna Eugenia, sapendo bene chi entrava, non degnò voltarsi a
guardare, ma gli occhi spenti della marchesa si posarono con tutta flemma su
don Franco.
Don Franco, unico erede del nome Maironi, era figlio di un figlio della marchesa,
morto a ventott'anni. Aveva perduto la madre nascendo ed era sempre vissuto
nella potestà della nonna Maironi. Alto e smilzo, portava una zazzera
di capelli fulvi, irti, che l'aveva fatto soprannominare el scovin d'i nivol,
lo scopanuvoli. Aveva occhi parlanti, d'un ceruleo chiarissimo, una scarna faccia
simpatica, mobile, pronta a colorarsi e a scolorarsi. Quella faccia accigliata
diceva ora molto chiaramente: «Son qui, ma mi seccate assai».
«Come stai, Franco?», gli chiese la nonna, e soggiunse tosto senz'aspettare
risposta: «Guarda che donna Carolina desidera udire quel pezzo di Kalkbrenner.»
«Oh no, sa», disse la signorina volgendosi al giovine con aria svogliata.
«L'ho detto, sì, ma poi non mi piace, Kalkbrenner. Preferisco chiacchierare
con le signorine.»
Franco parve soddisfatto dell'accoglienza ricevuta e andò senza aspettar
altro a discorrere col curatone d'un buon quadro antico che dovevano vedere
insieme nella chiesa di Dasio. Donna Eugenia Carabelli fremeva.
Ell'era venuta con la figliuola da Loveno dopo un'arcana azione diplomatica
cui avevano preso parte altre potenze. Se questa visita si dovesse fare o no,
se il decoro della famiglia Carabelli lo permettesse, se vi fosse quella probabilità
di successo che donna Eugenia richiedeva, erano state le ultime questioni definite
dalla diplomazia; perché malgrado la vecchia relazione della mamma Carabelli
e della nonna Maironi i giovani non s'erano veduti che un paio di volte alla
sfuggita ed erano i loro involucri di ricchezza e di nobiltà, di parentele
e di amicizie, che si attraevano come si attraggono una goccia d'acqua marina
e una goccia d'acqua dolce, benché le creature minuscole che vivono nell'una
e nell'altra sieno condannate, se le due gocce si uniscono, a morirne. La marchesa
aveva vinto il suo punto, apparentemente in grazia dell'età, sostanzialmente
in grazia dei denari, era stato accettato che l'intervista seguisse a Cressogno,
perché se Franco non aveva di proprio che la magra dote della madre,
diciotto o ventimila lire austriache, la nonna sedeva, con quella sua flemmatica
dignità, su qualche milione. Ora donna Eugenia, vedendo il contegno del
giovine, fremeva contro la marchesa, contro chi aveva esposto lei e la sua ragazza
a una umiliazione simile. Se avesse potuto soffiar via d'un colpo la vecchia,
suo nipote, la casa tetra e la compagnia uggiosa, lo avrebbe fatto con gioia;
ma conveniva dissimulare, parer indifferente, inghiottir lo smacco e il pranzo.
La marchesa serbava la sua esterna placidità marmorea benché avesse
il cuore pieno di dispetto e di maltalento contro suo nipote. Egli aveva osato
chiederle, due anni prima, il permesso di sposare una signorina della Valsolda,
civile, ma non ricca né nobile. Il reciso rifiuto della nonna aveva reso
impossibile il matrimonio e persuasa la madre della ragazza a non più
ricevere in casa don Franco; ma la marchesa tenne per fermo che quella gente
non avesse levato l'occhio da' suoi milioni. Era quindi venuta nel proposito
di dar moglie a Franco assai presto per toglierlo dal pericolo; e aveva cercato
una ragazza ricca ma non troppo, nobile ma non troppo, intelligente ma non troppo.
Trovatane una di questo stampo, la propose a Franco che si sdegnò fieramente
e protestò di non voler prender moglie. La risposta era ben sospetta
ed ella vigilò allora più che mai sui passi del nipote e di quella
«madama Trappola», poiché chiamava graziosamente così
la signorina Luisa Rigey.
La famiglia Rigey, composta di due sole signore, Luisa e sua madre, abitava
in Valsolda, a Castello: non era difficile sorvegliarla. Pure la marchesa non
poté venir a capo di nulla. Ma Pasotti le riferì una sera con
molta ipocrisia d'esitazioni e d'inorriditi commenti che il prefetto della Caravina,
stando a crocchio nella farmacia di S. Mamette con lui Pasotti, col signor Giacomo
Puttini, col Paolin e col Paolon, aveva tenuto questo bel discorso: «Don
Franco fa il morto da burla fino a che la vecchia lo farà sul serio».
Udita questa fine arguzia, la marchesa rispose nel suo pacifico naso «grazie
tante» e cambiò discorso. Seppe quindi che la signora Rigey, sempre
infermiccia, si trovava a mal partito per una ipertrofia di cuore e le parve
che l'umore di Franco se ne risentisse. Proprio allora le fu proposta la Carabelli.
La Carabelli non era forse interamente di suo gusto, ma di fronte all'altro
pericolo non c'era da esitare. Parlò a Franco. Stavolta Franco non si
sdegnò, ascoltò distratto e disse che ci avrebbe pensato. Fu la
sola ipocrisia, forse, della sua vita. La marchesa giuocò audacemente
una carta grossa, fece venire la Carabelli.
Ora lo vedeva bene, il giuoco era perduto. Don Franco non s'era trovato all'arrivo
delle signore e aveva poi fatto una sola apparizione di pochi minuti. I suoi
modi, durante quei pochi minuti, erano stati cortesi, ma la sua faccia no; la
sua faccia aveva parlato, secondo il solito, talmente chiaro, che la marchesa,
affibbiandogli, come subito fece, una indisposizione, non poté ingannar
nessuno. Però la vecchia dama non si persuase d'aver giuocato male. Già
dall'età dei primi giudizi in poi, ella si era messa al punto di non
riconoscersi mai un solo difetto né un solo torto, di non ferirsi mai,
volontariamente, nel suo nobile e prediletto sé. Ora le piacque si supporre
che dopo il suo sermone matrimoniale al nipote, gli fosse pervenuta nel mistero
una parolina di miele, di vischio e di veleno. Se il suo disinganno aveva qualche
lieve conforto era nel contegno della signorina Carabelli che mal celava la
vivacità del proprio risentimento. ciò non piaceva alla marchesa.
Il prefetto della Caravina non aveva torto se non forse un poco nella forma
quando diceva sottovoce di lei: «L'è on' Aüstria p...».
Come la vecchia Austria di quel tempo, la vecchia marchesa non amava nel suo
impero gli spiriti vivaci. La sua volontà di ferro non ne tollerava altre
vicino a sé. Le era già di troppo un indocile Lombardo-Veneto
come il signor Franco, e la ragazza Carabelli, che aveva l'aria di sentire e
volere per conto proprio, sarebbe probabilmente riuscita in casa Maironi una
suddita incomoda, una torbida Ungheria.
Si annunciò il pranzo. Nella faccia rasa e nell'abito grigio, mal tagliato,
del domestico si riflettevano le idee aristocratiche della marchesa, temperate
di abitudini econome.
«E questo signor Giacomo, Controllore?», disse ella, senza muoversi.
«Temo, marchesa», rispose Pasotti. «L'ho incontrato stamattina
e gli ho detto: "Dunque, signor Giacomo, ci vediamo a pranzo?". È
parso che gli mettessi una biscia in corpo. Ha cominciato a contorcersi e a
soffiare: "Sì, credo, no so, forse, no digo, apff, ecco, propramente,
Controllore gentilissimo, no so, insomma, e apff!". Non ne ho cavato altro.»
La marchesa chiamò a sé il domestico e gli disse qualche cosa
sottovoce. Quegli fece un inchino e si ritirò. Il curato di Puria si
dondolava in su e in giù accarezzandosi le ginocchia nel desiderio del
risotto; ma la marchesa pareva petrificata sul canapè e perciò
si petrificò anche lui. Gli altri si guardavano, muti.
La povera signora Barborin, avendo visto il domestico, meravigliata di quella
immobilità, di quelle facce sbalordite, inarcò le sopracciglia,
interrogò con gli occhi ora suo marito, ora il Puria, ora il prefetto,
sino a che una fulminea occhiata di Pasotti petrificò lei pure. "Se
fosse bruciato il pranzo!", pensava componendosi un viso indifferente.
"Se ci mandassero a casa! Che fortuna!". Dopo due minuti il domestico
ritornò e fece un inchino.
«Andiamo», disse la marchesa, alzandosi.
La comitiva trovò in sala da pranzo un personaggio nuovo, un vecchietto
piccolo, curvo, con due occhietti buoni e un lungo naso spiovente sul mento.
«Veramente, signora marchesa», disse costui tutto timido e umile,
«io avrei già pranzato.»
«Si accomodi, signor Viscontini», rispose la marchesa che sapeva
praticare l'arte insolente della sordità come tutti coloro che assolutamente
vogliono un mondo secondo il proprio comodo e il proprio gusto.
L'ometto non osò replicare, ma neanche osava sedere.
«Coraggio, signor Viscontini!», gli disse il Paolin che gli era
vicino. «Cosa fa?»
«Fa il quattordici di coppe», mormorò il prefetto. Infatti
l'ottimo signor Viscontini, accordatore di pianoforti, venuto la mattina da
Lugano per accordare il piano dei signori Zelbi di Cima e quello di don Franco,
aveva pranzato al tocco a casa Zelbi, era quindi venuto a casa Maironi, e ora
gli toccava di sostituire il signor Giacomo perché altrimenti i commensali
sarebbero stati tredici.
Un liquido bruno fumava nella zuppiera d'argento.
«Risotto no», sussurrò Pasotti al Puria passandogli dietro.
Il faccione dolce non diede segno di avere udito.
I pranzi di casa Maironi erano sempre lugubri e questo accennava ad esserlo
anche più del solito. Per compenso era pure molto più fino. Pasotti
e il Puria si guardavano spesso, mangiando, per esprimere ammirazione e quasi
per congratularsi a vicenda del godimento squisito, e se mai qualche occhiata
di Pasotti sfuggiva al Puria, la signora Barborin, vicina di quest'ultimo, lo
avvertiva con un timido tocco del gomito.
Le voci che più si udivano erano quelle del marchese e di donna Eugenia.
Il grande naso aristocratico del Bianchi, il suo fine sorriso di galante cavaliere
si volgevano spesso alla bellezza, languente ma non ancora spenta, della dama.
Milanesi ambedue del miglior sangue, si sentivano uniti in una certa superiorità
non solamente rispetto ai piccoli borghesi della mensa, ma rispetto altresì
ai padroni di casa, nobili provinciali. Il marchese era l'affabilità
stessa e avrebbe conversato amabilmente anche col commensale più modesto;
ma donna Eugenia, nell'amarezza dell'animo suo, nel suo disgusto del luogo e
delle persone, s'attaccò a lui come al solo degno, marcatamente anche
per far dispetto agli altri. Ella lo imbarazzò dicendogli forte che non
capiva com'egli potesse essersi innamorato dell'orrida Valsolda. Il marchese,
che vi si era ritirato da molti anni a vita quieta e vi aveva veduto nascere
la sua unica figliuola, donna Ester, rimase sulle prime un poco sconcertato
da quel discorso insolente verso parecchi dei convitati, ma poi fece una briosa
difesa del paese. La marchesa non mostrò turbarsi; il Paolin, il Paolon
e il prefetto, valsoldesi, tacevano con tanto di muso.
Pasotti recitò solennemente un ampolloso elogio del «Niscioree»,
la villa Bianchi, presso Oria. Il Bianchi, leale uomo, che in passato non aveva
avuto troppo a lodarsi del Pasotti, non parve gradir l'elogio. Egli invitò
la Carabelli al Niscioree. «A piedi no, tu, Eugenia», disse la marchesa,
sapendo che l'amica sua era tribolata dallo spavento d'ingrassare. «Bisogna
vedere com'è stretta la strada, dalla Ricevitoria al Niscioree! Tu non
ci passi di sicuro.» Donna Eugenia protestò con sdegno. «L'è
minga el Cors de Porta Renza», disse il marchese, «ma l'è
poeu nanca, disgraziatamente, le chemin du Paradis!»
«Quell no! Propi no! Ghe l'assicuri mi!», esclamò il Viscontini
riscaldato, per disgrazia, da troppi bicchieri di Ghemme. Tutti gli occhi si
volsero a lui e il Paolin gli disse qualche cosa sottovoce. «Se son matto?»,
rispose l'ometto acceso in faccia. «Nient del tütt! Le dico che ona
bolgira compagna non la mi è mai più toccata in vita mia.»
E qui raccontò che la mattina, venendo da Lugano e avendo preso un po'
di freddo in barca, era disceso al Niscioree per proseguire il viaggio a piedi;
che tra quei due muri, dove non si potrebbe voltare un asino, aveva incontrato
le guardie di finanza, le quali lo avevano insultato perché non era disceso
allo sbarco della Ricevitoria; che l'avevano condotto alla maledetta Ricevitoria;
che portava in mano un rotolo di musica manoscritta e che l'animale del Ricevitore,
pigliando le crome e le biscrome per corrispondenze politiche segrete, gliel'aveva
trattenuto.
Silenzio profondo. Dopo qualche momento la marchesa sentenziò che il
signor Viscontini aveva torto marcio. Non doveva sbarcare al Niscioree, ciò
era proibito. Quanto al signor Ricevitore egli era una persona rispettabilissima.
Pasotti confermò, con una faccia severa. «Ottimo funzionario»,
diss'egli. «Ottima canaglia», mormorò il prefetto fra i denti.
Franco, che sulle prime pareva pensare a tutt'altro, si scosse e lanciò
a Pasotti un'occhiata sprezzante.
«Dopo tutto», soggiunse la marchesa, «trovo che col pretesto
della musica manoscritta si potrebbe benissimo...»
«Certo!», disse il Paolin, austriacante per paura, mentre la padrona
di casa lo era per convinzione.
Il marchese, che nel 1815 aveva spezzata la spada per non servire gli Austriaci,
sorrise e disse solo:
«Là! C'est un peu fort!».
«Ma se tutti sanno ch'è una bestia, quel Ricevitore!», esclamò
Franco.
«Scusi, don Franco...», fece Pasotti.
«Ma che scusi!», interruppe l'altro. «È un bestione!»
«È un uomo coscienzioso», disse la marchesa, «un impiegato
che fa il proprio dovere.»
«Allora le bestie saranno i suoi padroni!», ribatté Franco.
«Caro Franco», replicò la voce flemmatica, «questi
discorsi in casa mia non si fanno. Grazie a Dio non siamo mica in Piemonte,
qui.» Pasotti fece una sghignazzata d'approvazione. Allora Franco, preso
furiosamente il proprio piatto a due mani lo spezzò d'un colpo sulla
tavola. «Jesüsmaria!», esclamò il Viscontini, e il Paolon,
interrotto nelle sue laboriose operazioni di mangiatore sdentato: «Euh!».
«Sì, sì», disse Franco alzandosi con la faccia stravolta,
«è meglio che me ne vada!» E uscì dal salotto. Subito
donna Eugenia si sentì male, bisognò accompagnarla fuori. Tutte
le signore, meno la Pasotti, le andaron dietro da una parte mentre il domestico
entrava dall'altra portando un pasticcio di risotto. Il Puria guardò
Pasotti con un riso trionfante, ma Pasotti finse di non avvedersene. Tutti erano
in piedi. Il Viscontini, reo apparente, continuava a dire: «Mi capissi
nagott, mi capissi nagott», e il Paolin, seccatissimo del pranzo guastato,
gli brontolò: «Cossa l'ha mai de capì Lü?». Il
marchese, molto scuro, taceva. Finalmente il Pasotti, reo di fatto, presa un'aria
d'affettuosa tristezza, disse come tra sé: «Peccato! Povero don
Franco! Un cuor d'oro, una buona testa, e un temperamento così! Proprio
peccato!».
«Ma!», fece il Paolin. E il Puria, tutto contrito: «Sono gran
dispiaceri!».
Aspetta e aspetta, le signore non ritornavano. Allora qualcuno cominciò
a muoversi. Il Paolin e il Puria si accostarono lentamente, con le mani dietro
la schiena, alla credenza, contemplarono il pasticcio di risotto. Il Puria chiamò
dolcemente Pasotti, ma Pasotti non si mosse. «Volevo solo dirle»,
fece il curatone, coprendo il suo trionfo in modo da lasciarlo e non lasciarlo
vedere, «che ci sono i tartufi bianchi.»
«Direi che qui non mancano neppure i tartufi neri», osservò
il marchese pigiando un poco sulle due ultime parole.