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Napoli |
| Da piazza del Plebiscito
a S. Pietro a Maiella
Da S. Lorenzo Maggiore a porta Capuana Dal Museo Archeologico Nazionale al Museo di Capodimonte Dalla certosa di S. Martino al lungomare |
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Invito alla città
Abitanti: 1035835 Altitudine: 17 m.
Negli anni del
secondo dopoguerra le tante difficoltà hanno alimentato infiniti luoghi comuni
su Napoli, cancellando i tantissimi aspetti positivi di una delle capitali più
importanti dell'arte italiana. Troppo a lungo si è visto Napoli solo come la
città di Totò, di Pulcinella, della pizza, del lotto e di S. Gennaro. Troppo
a lungo il capoluogo della Campania è stato sinonimo di corruzione, camorra,
malcostume, arte di arrangiarsi. E si è rischiato di dimenticare che fino al
'900 era una delle tappe d'obbligo per gli stranieri in visita in Italia. Ma
la 'riscossa' è già iniziata da alcuni anni. Più di preciso dal 1994, quando
il G7 si è tenuto al cospetto di Castel Nuovo e della certosa di S. Martino,
che per alcuni dei politici invitati sono stati un'autentica scoperta. Poi sono
venuti i riconoscimenti internazionali, come l'inserimento di tutto il centro
storico della città nel patrimonio inalienabile dell'umanità tutelato dall'Unesco.
A spasso...
Da piazza del Plebiscito a S. Pietro a Maiella
È l'abbraccio di piazza del Plebiscito a introdurre le scenografie della Napoli
capitale di regno e il centro politico da cui tutt'oggi si governa la città.
Poi, è un incessante susseguirsi di chiese, che per la sontuosità della decorazione
e delle opere d'arte assomigliano più a dei musei.
Da S. Lorenzo Maggiore a porta Capuana
Se non fosse per la porta Capuana, si potrebbe definire questo itinerario un'immersione
nella religione. E, a ben vedere, tutte le chiese che si visitano sono accomunate
da un unico fil rouge: essere straordinari contenitori di opere d'arte e un
saggio del gusto napoletano nel campo delle decorazioni.
Dal
Museo Archeologico Nazionale al Museo di Capodimonte
Forse, nulla più dei due grandi contenitori del Museo Archeologico e di Capodimonte
stanno a ricordare che i Borbone, all'inizio, governarono bene Napoli. E che
le dettero lustro in campo politico e in quello artistico. Con lo spostamento
alle falde del Vesuvio di parte delle collezioni sistemate nel palazzo romano
dei Farnese (Elisabetta, madre di Carlo, era l'ultima esponente di quel casato)
con il finanziamento degli scavi di Ercolano e Pompei e con l'apertura di una
Regia Manifattura di Porcellane. Perché la loro capitale potesse competere con
Parigi, Berlino, Monaco.
Dalla certosa di S. Martino al lungomare
Da castel S. Elmo e dalla Certosa si vede perfettamente il taglio nel cuore
antico della città costituito da Spaccanapoli. Da via Caracciolo lo sguardo
spazia da castel dell'Ovo a Piedigrotta tappa dei viaggiatori del Grand Tour
per il Parco virgiliano a Posillipo. Dalla strada che dall'800 percorre il promontorio
(fu Gioacchino Murat ad aprirla, forse incantato lui stesso dalle viste) il
panorama va man mano allargandosi dal Vomero al porto e all'espansione industriale,
cui fanno da sfondo il Vesuvio e la penisola sorrentina. Da Marechiaro, piccolo
borgo di pescatori, la veduta dalla fenesta ha persino ispirato canzoni. Un
itinerario, questo, che conferma la fama di Napoli come città di vedute, capace
di conquistare da sempre i viaggiatori.
Da piazza del Plebiscito a S. Pietro a Maiella
I luoghi del potere politico e religioso
Ampia e solenne appare piazza del Plebiscito. Quasi sconfinata, se non fosse per il colonnato dorico voluto da Gioacchino Murat per la chiesa di S. Francesco di Paola, che Ferdinando I commissionò come ex voto per aver strappato il potere ai francesi e per il Palazzo Reale, dove dal '600 i signori della città risiedettero. Di fronte ad ambienti così sontuosamente arredati (sono infatti un documento delle arti decorative locali fra i sec. XVII e XVIII), quelli del retrostante Castel Nuovo possono a prima vista deludere. Colpa di incendi, restauri e rifacimenti, così consistenti dall'età angioina a oggi che solo la Cappella Palatina rimane del castello fondato da Carlo I d'Angiò, mentre il famosissimo arco di Trionfo di Alfonso I documenta l'arrivo in città del primo rinascimento. La passione per l'arte fiorentina della dinastia aragonese è ben evidente nella chiesa di S. Anna dei Lombardi (da Castel Nuovo vi si sale per le vie Medina e Monteoliveto), nota anche come Monteoliveto perché fino all'800 era parte di un convento di Olivetani. Qui furono all'opera artisti toscani come Antonio Rossellino, Benedetto e Giuliano da Maiano (questo spiega le similitudini con architetture della capitale dei Medici), e gli Aragona comperarono direttamente sul mercato fiorentino numerose opere d'arte esposte. Un trionfo di barocco si nasconde invece dietro la facciata a bugnato della vicina chiesa del Gesù Nuovo, cui si sale per calata Trinità Maggiore e per la quale i Gesuiti chiamarono il meglio degli artisti sulla piazza napoletana a realizzare marmi, altari e affreschi. Quasi tutti gli esponenti della dinastia d'Angiò riposano nella fronteggiante chiesa del monastero di S. Chiara, della cui trasformazione in chiave barocca resta traccia, dopo la guerra, solo nel meraviglioso chiostro delle Clarisse, trionfo di riggiole in maiolica gialla, verde e azzurra. Se ancora per volere di un d'Angiò, Carlo II, sorse, poco avanti lungo via Croce, la chiesa di S. Domenico Maggiore, famosa per gli affreschi di Pietro Cavallini e la sagrestia barocca, tutto parla di Raimondo Di Sangro nella vicina cappella Sansevero incredibile il realismo del sudario nel Cristo velato di Giuseppe Sammartino. Al papa che Dante disse "del gran rifiuto", Celestino V (labruzzese Pietro da Morrone) fu dedicata nel '300 la chiesa di S. Pietro a Maiella, che prospetta sull'omonima via e dove rimangono due cicli di affreschi influenzati dal genio di Giotto.
Da vedere:
Piazza
del Plebiscito
Palazzo Reale
Castel Nuovo
Chiesa di S. Anna dei Lombardi
Chiesa del Gesù Nuovo
Monastero di S. Chiara
Chiesa di S. Domenico Maggiore
Cappella Sansevero
Chiesa di S. Pietro a Maiella
Da
S. Lorenzo Maggiore a porta Capuana
Di chiesa in chiesa nel cuore della Napoli greca e romana
Parla il linguaggio architettonico della patria dei d'Angiò (la Francia) la chiesa di S. Lorenzo Maggiore, su via dei Tribunali che inizia dalla chiesa di S. Pietro a Maiella più fedele ai canoni d'Oltralpe nella zona absidale e più influenzata dai modelli italiani nella navata. Se qui la cappella Cacace è un esempio dell'abilità di sposare marmi commessi, sculture e dipinti, che dire della chiesa di S. Gregorio Armeno, cui si arriva a destra per l'omonima via? I materiali che la decorano sono gli stessi, ma la fantasia ha creato un ambiente barocco diverso per organicità e spettacolarità. Poco oltre S. Lorenzo Maggiore, la chiesa dei Girolamini costituisce un altro documento del modo di interpretare un interno, questa volta giocato tutto sull'omogeneità fra statue e pitture, e su una sorta di discrezione. Questo forse a causa della vicinanza del Duomo, dove si celebra uno dei momenti più coinvolgenti del culto di S. Gennaro (la liquefazione del sangue). Dal sec. IV, quando venne eretta la basilica di S. Restituta che ne fa parte, non vi è stato momento in cui la chiesa non sia stata la più importante di Napoli. A questo si devono i continui ammodernamenti, iniziati in epoca gotica con l'apertura della cappella Minutolo (è tra gli ambienti di quel periodo meglio conservati), proseguiti fra '400 e '500 con il Succorpo rinascimentale (il cardinale Carafa voleva fossero conservate qui le reliquie di S. Gennaro) e culminato nel '600 con le decorazioni barocche. Queste raggiungono l'apice nella cappella di S. Gennaro, dedicata dal popolo dopo la peste del 1526. Delle due chiese di S. Maria Donnaregina, poco distanti, è quella vecchia la più interessante. Perché è il pantheon degli ultimi d'Angiò e perché il monumento funebre della regina Maria d'Ungheria divenne il prototipo per questo tipo di sepoltura presso quella corte. Quando via SS. Apostoli esce in via Carbonara, si è sul luogo dove correvano le mura aragonesi. A loro guardava la chiesa di S. Giovanni a Carbonara, così amata da re Ladislao che vi fu seppellito per volere della sorella Giovanna in un monumento opera in parte di artisti toscani, già allora all'opera nella cappella Caracciolo del Sole. Della cerchia difensiva faceva parte la porta Capuana, cui si scende per via Carbonara: le due torri che la stringono sono affettuosamente chiamate Virtù e Onore.
Da vedere:
Chiesa
di S. Lorenzo Maggiore
Chiesa di S. Gregorio Armeno
Chiesa dei Girolamini
Duomo
Chiesa di S. Maria Donnaregina
Chiesa di S. Giovanni a Carbonara
Porta Capuana
Dal Museo Archeologico Nazionale al Museo di Capodimonte
I Borbone collezionisti d'arte
Che i Farnese non abbiano coltivato solo interessi politici laici e religiosi (papa Paolo III era un esponente di questa casata), ma abbiano assecondato la propria passione per le arti di ogni tempo lo dimostra il Museo Archeologico Nazionale, che occupa dal '700, nei pressi della chiesa di S. Pietro a Maiella, il palazzo sorto due secoli prima per la famosa Università napoletana. Solo questo edificio sembrava in grado di accogliere degnamente sia quanto i Farnese avevano raccolto a Roma sia quanto i Borbone avevano scoperto finanziando gli scavi di Ercolano e Pompei. Le opere in esposizione, però, non si limitano a ciò: tante le donazioni (la collezione egizia è seconda per importanza in Italia dopo quella di Torino), moltissimi i reperti che, nonostante le più moderne tecniche di indagine, non è stato possibile conservare a Pompei e dintorni. Da qui lo straordinario concentrato di capolavori: dall'Ercole Farnese al mosaico della Battaglia di Alessandro e agli affreschi del tempio di Iside. Al termine del lungo rettifilo che sale a Capodimonte, le catacombe di S. Gennaro, il complesso sepolcrale più importante dell'Italia meridionale, sono dedicate al santo per eccellenza di Napoli il quale venne martirizzato a Pozzuoli e qui giunse nel sec. V. Da qui è facile individuare il parco di Capodimonte, organizzato in chiave scenografica su cinque viali a raggiera. In esso si nasconde il palazzo di Capodimonte, immaginato da Carlo di Borbone come sontuosa scenografia per le collezioni d'arte della madre Elisabetta il vicino borgo che al tempo esisteva venne riconvertito in sede di una Manifattura di Porcellane destinata però a breve vita. Al Museo di Capodimonte la fama deriva sia dagli ambienti (il salottino della Porcellana è un capolavoro di cineseria settecentesca) sia dalle opere di pittura, anch'esse in parte collezionate dai Farnese in parte frutto del gusto di privati cittadini, nelle quali quasi tutti i grandi dell'arte italiana fra '300 e '900 sono documentati al passato di luogo di produzione di splendide porcellane rimanda l'omonima galleria, dove sono riuniti i servizi da tavola in uso nelle varie residenze reali napoletane.
Da vedere:
Museo
Archeologico Nazionale
Catacombe di S. Gennaro
Palazzo di Capodimonte
Museo di Capodimonte
Dalla
certosa di S. Martino al lungomare
La Napoli dei panorami per eccellenza
Gendarmi della città. Così appaiono castel S. Elmo e la certosa di S. Martino, cui si sale poco lontano da S. Chiara grazie alla funicolare di Montesanto. E, almeno il primo, con tali funzioni venne costruito dai d'Angiò, sfruttando un rilievo perfetto per controllare il centro di Napoli. A inizi '300 gli venne affiancata la Certosa, trasformata tra la fine del '500 e il '700 in uno degli esempi più significativi di arte barocca locale. Artefice del progetto fu Cosimo Fanzago, che poté contare sull'intervento dei massimi esponenti di quell'arte nei più diversi settori: lo scenografico interno della chiesa ne è il magnifico risultato, mentre negli ambienti della Certosa si studia la vita sociale e artistica in città attraverso il Museo di S. Martino. Guarda alla parte ovest del golfo di Napoli villa La Floridiana, residenza neoclassica della moglie morganatica di Ferdinando di Borbone; molti dei servizi del Museo nazionale della Ceramica venivano usati quotidianamente da loro. Con un'altra funicolare (quella di Chiaia) si è a villa Pignatelli, altro complesso neoclassico i cui ambienti sono diventati il Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortes. Oltre il verde della Villa comunale, via Caracciolo è luogo di panorami per eccellenza. A sinistra, a chiudere la prospettiva di Pizzofalcone, sta castel dell'Ovo, voluto dai normanni e legato alla misteriosa presenza di un uovo che vi sarebbe stato posto nel medioevo da Virgilio, allora considerato un mago. Anche da questo fortilizio isolato nel mare le viste sono meravigliose.
Da vedere:
Certosa
di S. Martino
Villa La Floridiana
Villa Pignatelli
Via Caracciolo
Castel dell'Ovo
(In collaborazione con Discoveritalia)